Sonderkommando.

27 gennaio 2010

“Così morì Emilia, che aveva tre anni. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.”

P. Levi

Venendo qui, ho visto la vetrina dedicata dalla Feltrinelli di Pavia alla giornata della Memoria. Levi e Lanzmann. Domani, prevedibilmente, quando passerò sarà stata sostituita – frettolosamente – da una, del tutto analoga nelle forme della promozione del prodotto, dedicata a san Valentino. Peynet al posto di Levi, Moccia al posto di Lanzmann; una sostituzione di libri compiuta da mani che immagino indifferenti, o inconsapevoli, sullo stimolo, affatto impellente, del nuovo evento mercificabile.

Una sorta di ben più modesto Sonderkommando libresco.

Interrogati, i commessi, certo assai più incolpevolmente, risponderebbero “ho solo seguito le istruzioni”.
Voglio dire, nulla che non si sappia. Il vero vantaggio dell’economia capitalistica sugli altri modelli produttivi e esistenziali è il fatto che questa è onnivora, come tutte le altre forme di vita che stanno vincendo la lotta per la sopravvivenza; tipo i ratti di fogna, o i vari discendenti dell’homo abilis.
Poter mangiare di tutto costituisce un grande vantaggio competitivo sugli schifiltosi, naturalmente.

E, tutto sommato, perché non dovrebbe essere così?
E, soprattutto, come, invece, dovrebbe essere? Che cosa ha a che fare il giorno della memoria con quello che è successo? Che cosa dovrebbe servire a costruire, a convocare in noi, il Giorno della Memoria?

Io ho un’idea, trattandosi di me, molto precisa, su tutto questo (del tutto non originale; il libro di Genna su Hitler tratta proprio di questo).
Io penso che la Shoah sia l’unico evento genuinamente metafisico su cui gli esseri umani hanno la ventura di poter riflettere, in questo “tempo devastato e vile”.
L’unico evento contemplando il quale la ragione e l’Occidente si devono davvero definitivamente arrendere, dichiarandone l’inesplicabilità nel momento stesso in cui siano chiamate a prenderne atto. Auschwitz, in un certo senso, è veramente Dio, il Dio spaventoso che oscurava il cielo e convocava gli eserciti.

A tutti gli altri massacri della Storia possiamo dare spiegazioni, anche se mostruose; ma il salto cognitivo e ontologico che ha portato dall’idea nazista dello sterminio alla sua reificazione totalizzante, basata sul modello dell’economia fordiana, è, a mio avviso, del tutto inesplicabile; del tutto abissale; del tutto spaventoso. Metafisico, appunto.
Usando etimologicamente questo vocabolo: estraneo alla Natura, terrificante come il tuonare innaturale di Dio sul Sinai.
Nessuna sua riduzione a più rassicuranti canoni geopolitici, economici o psicopatologici riesce a convincermi, nessuna riesce a non sembrarmi empia, nel momento in cui cerca di spiegare razionalmente l’Olocausto.

Bisognerebbe pensare alla quantità di ideologie, di atti, di risorse, di tecnica di burocrazia di brutalità e di industria che si sono accampate in quel punto della Storia, provenendo da tutta la biografia dell’Occidente, per produrre quel risultato; e a quante idee e impegno, nonostante questo prefabbricato accampamento, siano state, comunque sia, ulteriormente necessarie.
E come, nonostante questo sterminato apparato, ancora l’enormità di quel gesto, di quella reificazione, permanga inconcepibile.

Il fatto stesso di cercare di spiegarlo razionalmente è, in questo senso, appunto, altrettanto empio di quanto sarebbe per un cattolico cercare di spiegare la transustanziazione attraverso le formule della meccanica quantistica.

La Memoria, in questo caso, dovrebbe sostanziarsi in una contemplazione muta e atterrita.

Primo Levi parlava dell’empietà della testimonianza dello Sterminio portata dai sopravvissuti, si rendeva conto dell’effetto dissacrante (in senso letterale) del racconto dei vivi, e, quindi, paradossalmente, anche del suo proprio racconto.
Aveva, infatti, cercato di asciugare il più possibile le sue parole. In quelle sulla morte di Emilia, così sommesse e discrete, vi è un unico aggettivo connotativo: quel “degenere” attribuito al macchinista, che, in fondo, si è lasciato andare a un gesto di seppur disumana pietà.

“Degenere”: una dichiarazione di non appartenenza allo stesso genus che, fatta dai nazisti nei confronti di tutti coloro con i quali non volevano più condividere il mondo, Emilia e Primo Levi restituiscono loro, moltiplicata e convalidata. E che anche noi dovremmo restituire loro, cercando di provare, quando e come possibile, pietà e nostalgia.

E questo è il secondo effetto che il giorno della Memoria dovrebbe suscitare in una coscienza, a mio, sempre modesto, avviso.
Una riflessione sulle pratiche da instaurare di fronte a questo evento metafisico definitivo, soprattutto di fronte alla liturgia sterile, anche se ancora non immonda, dei soliti film senza pubblicità alla televisione, e delle vetrine delle librerie, agghindate a lutto, e frettolosamente sghindate per festeggiare gli innamorati.

Milioni di persone che non erano ritenute degne di dividere il mondo con la Nuova Razza sono diventati fumo.

“Forse, tutto sommato, bisognerebbe cominciare a pensare che questa Storia non dovrebbe finire su tombe o monumenti o libri che, diligentemente memori, ci rechiamo a visitare a date fisse.

Il fumo che sale dai camini dei forni ubbidisce, come ogni altro fumo, a leggi fisiche, non a leggi morali. Le particelle si accumulano e si disperdono al vento che le sospinge. Imprendibili, indicibili.

L’unico pellegrinaggio, l’unica liturgia possibile, sarebbe, dunque, forse, contemplare, di tanto in tanto, con malinconia e pietà, un cielo di temporale.”

Endecasillabo. Sciolto.

20 gennaio 2010

A me piace il football.

Come dirò, penso che sia uno dei pochi luoghi in cui si sia andata a annidare la capacità mitopoietica degli esseri umani, di questo tempo, in fondo, devastato e vile.

E anche la poesia.

Tutte le grandi squadre hanno qualcosa di musicale, nello snocciolarsi delle loro formazioni.

L’Olanda, per esempio, con l’alternanza rossinana tra prestissimi monosillabici (Krol, Rep, Haan, Cruyff…) e grandi larghi, quasi arie, insenature dove il fiato e la fantasia possono riposare (Van Hanegem, Rensembrink…).
L’Ungheria, per esempio, che sembra l’allegro di un concerto per pianoforte di Bartok, aspra e bella come un suo 5/4. Boszik Buzansky Lantos Lorant Zakarias Budai Koscis Higdekuti Puskas Czíbor.

Anche la formazione del Grande Torino è una di quelle che, nella mia vita, ho mandato a memoria.
Naturalmente.

Il Torino. Torino che sa, in una sera bigia di una primavera bigia di un dopoguerra bigio, di una squadra, intera, amata e cancellata.

E fin qui.

A chi non vengono in mente queste cose, guardando giocare il Torino.
E questa è già poesia. A chi non viene in mente la sua fine, leggendo del primo apparire di Ettore.
Il Torino, ora, è un Ettore incomprensibilmente sopravvissuto a Achille, sfatto e stanco e un po’ rimbambito, che racconta all’angolo della strada, a gente frettolosa, il duello della sua vita.
Poesia. Ma non solo quella; il Torino era poesia anche di quella vera, fatta di metri e versi. I nomi dell’estremo trio difensivo, se ci pensate, formano un endecasillabo, con ictus di quarta ottava decima.

Il più bello, tra gli endecasillabi. Un verso morbido e srotolato.

Anche senza sapere nulla di poesia, la gente amerà ripetere, per molte sere e anni, quei tre nomi dotati di un immanente fascino misterioso. Quell’incipit di musicale bellezza, come si conviene a una squadra formidabile.

Magari, quando ero piccolo, ripetendomela, qualcosa di quella musica è andata a depositarsi sotto il limitare della mia mente.

Come un tempo, nei paesi, sotto una pietra, la chiave di casa.

mi ritrovai per una selva oscura
e per la selva a tutta briglia il caccia
mi stringerà per un pensiero il core
Bacigalupo, Ballarin, Maroso.

Millennium?

17 novembre 2009

Mah.

Primo: trovo che Blomkvist sia insopportabile, e chiedendomi perché mi sia insopportabile mi sono accorto che è insopportabile perché è l’impersonificazione delle fantasie esistenziali e sessuali di un trentacinquenne frustrato (lo so che non era così, ma me lo immagino mite e stempiato con il capello unto che si toccaccia sotto la scrivania, io, Larsson): intrattiene relazioni sessuali con svariate persone alla volta: la tipa matura e del tutto non impegnativa emotivamente per le scopate amichevoli (tipo: “cara, per un po’ non possiamo scopare, sai, ho tra le mani questa ragazzetta e mi conosci, io sono una persona di sani principi e non potrei mai scopare con te nello stesso tempo…” — ma perché mai non puoi scoparne due o tre insieme, si chiede uno, visto che non te ne fotte un cazzo di nessuno — e lei dice: “oh, il mio vecchio maialone! vabbè quando ti va di nuovo di infilarti nelle mie mutande, fai un fischio che arriverò di corsa”), poi ci sono la ventenne perdutamente innamorata e vagamente androgina per le trombate entusiasmanti e equivoche, la palestrata per le chiavate acrobatiche, la vecchia (ma ancora piuttosto figa) per le ciulate tristi, e così via. Naturalmente, tutte le trombate durano tutta la notte, una botta via l’altra, e tutte alla fine dicono “o cristo ma come scopi bene!”, come in tutte le fantasie frustrate che si rispettino. Lo schema è sempre uguale: arriva una tipa, dopo una o due pagine dice a Kalle “sai ho voglia di scopare con te”, Kalle risponde “ok ma io non posso impegnarmi sentimentalmente” e lei “ok per me va bene”, dopo tipo un paio di settimane o mesi o giù di lì lei dice “ok, non posso più scopare con te, mi sono innamorata e soffro troppo” e lui “ok, mi spiace ma sai io non posso impegnarmi però vorrei che rimanessimo amici perché ti apprezzo davvero tantissimo dal punto di vista intellettuale”, e ricomincia subito (vabbè non subito subito perché è un tipo sensibile: diciamo dopo un paio di giorni) a scopare con l’amica non impegnativa emotivamente.
Una specie di campionario della desolazione maschile (non che io non ci abbia questo tipo di fantasie, ma non avevo mai pensato di farne oggetto di un best-seller: più che altro, pensavo che ci si dovesse lavorare su per raggiungere una sorta di maturità emotiva e sentimentale).

Secondo: il primo libro, secondo me, si legge, e anche piuttosto bene. È un classico giallo all’inglese con l’elenco dei personaggi e le piantine del luogo del delitto, e poi, in effetti, la tipina di primo acchito è molto simpatica e interessante. Gli altri due sono cagatelle scorrevoli, ma del tutto inconsistenti. Voglio dire, avevo letto che era una specie di denuncia dei meccanismi globali dello sfruttamento economico e finanziario, mi aspettavo non magari una roba alla LA Confidential, non magari tipo la quadrilogia dello squartatore dello Yorkshire, ma almeno una roba con alcune notazioni sorprendenti e inusitate sulla società in cui mi trovo a vivere; invece, l’unica cosa che si impara è che ci sono delle bande di slavi decerebrati (aiutate da band di motociclisti svedesi decerebrati) che sfruttano la prostituzione nei paesi dell’Occidente ricco e evoluto, e che ci sono dei maiali (l’avreste mai detto? anche uomini politici!), nell’Occidente ricco e evoluto, che sfruttano lo sfruttamento della prostituzione per soddisfare contorte libidini, il tutto condito dalle peripezie di un gruppo di agenti deviati dei servizi segreti svedesi davvero da operetta comica, dei tizi che farebbero fatica a piazzare una cimice dentro una classe di asilo parificato senza uscirne fuori con un pannolino merdoso attaccatosi, senza che se ne accorgano, al loro ignaro culo. C’è persino il gigantesco killer anaffettivo semi-immortale, un topos dei nuovi noir, c’è anche in Y di Quadruppani (molto molto più bello!): qui è una specie di mostro di Frankenstein, però molto più scemo.

Oh mio dio.

La domanda che uno si fa alla fine è: ma perché ‘sto qui è assurto a notorietà mondiale, con montagne di libri accatastate ovunque, e David Peace non lo conosce nessuno?

Nick.

17 giugno 2009

Nicholas Hughes si è impiccato.

Immagino che impiccarsi sia il modo definitivo e violento di chi non ce la fa a usare una pistola; oppure, come diceva quello: ormai, per grande fortuna della poesia americana, i forni sono tutti elettrici.

Assia Wevill, invece, si cosse la testa nel forno, come Sylvia Plath. Un ultimo gesto molto intimo, domestico.
Il Thanksgiving della disperazione.

Quando il terrore di rimanere sole non è più disposto a compromettersi.

Nick era il figlio di Sylvia e di Ted Hughes, mentre Assia era la donna con cui Ted abbandonò Sylvia.

Ecco, se non la predilezione per il silenzio, magari Nick ha ripreso dalla mamma (per geni o per letture: perché Sylvia morì che Nick era un poppante) il suo chiedere, intollerabilmente senza risposta.

Non lo è, e non gliel’avrei augurato: ma sarebbe stato interessante leggere che cosa avrebbe scritto Ted, ora, se fosse stato vivo (come avrebbe, del resto, potuto essere).

Ted Hughes sembra uno degli uomini dei tuoi racconti.

Reduce così esperto e così sereno della sua personalissima Shoah, vissuta metà da prigioniero e metà da Sonderkommando.

Così capace di descrivere le sue donne al posto loro. Così pieno, lui, di risposte e di Lettere di Compleanno.

Infine, leggo, si sposò, stavolta fino alla morte sua, con un’infermiera. E io trovo, questo – in qualche modo – molto appropriato.

Venendo qui.

11 dicembre 2008

 

 

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

 

 

 

È interessante vedere come gli stranieri che vivono sulla strada e della strada si impratichiscano subito degli essenziali codici di sopravvivenza: io porto dei guanti di lana equi e solidali color dell’iride, gaio-pacifisti, e questo mi costringe a continue e estenuanti discussioni con qualunque ambulante li adocchi, essendo implicita promessa di disponibilità a parlare e, magari, se la condizione descritta è sufficientemente pietosa, a scucire un euro. Se ho fretta, infatti, me li tolgo, e tengo le mani nelle tasche del giaccone.

Mussah è un ragazzo senegalese con il quale faccio due chiacchiere ogni tanto. Sta quasi sempre sotto il portichetto della San Paolo, all’angolo della via. Mi vende un ombrello, se piove e io ho appena perso il mio, come oggi. Prima mi piaceva prendere la pioggia, ora non mi piace più. “Mussah”, mi disse quando ci siamo presentati, “vuol dire Mosè!”. Era molto orgoglioso di questo fatto. Lo sarei anch’io, al suo posto. Mosè era un liberatore, e, proprio come Che Guevara, ebbe la fortuna di morire prima della triste riorganizzazione post-rivoluzionaria.

Essere il mio fornitore di ombrelli è un’attività abbastanza lucrosa, soprattutto se si appartiene a una delle neo-caste italiche più marginali.

Mussah voleva vendermi anche un DVD di Gomorra; molto probabilmente, clonato da qualche organizzazione criminale di stampo camorrista.

Alla stazione hanno aperto un negozio discount di Pracchi. Non so se avete presente i negozi di Pracchi. Hanno cose tipo pacchi giganteschi di biscotti rotti tipo a 60 centesimi e panini di mortadella giallastra a 50 centesimi; cose così. Bello. Ci farei un film, potendo, tutto girato lì dentro. Per esempio, una delle cose che metterei in luce nel film è che i cassieri e i commessi hanno lo stesso fare insieme paziente, indulgente e sbrigativo che hanno i bravi infermieri nei gerontocomi.

Mentre ero in fila alla cassa per pagare un pezzo di focaccia (1€ per un pezzo veramente gigantesco, buona, anche se un po’ troppo unta), scambio due chiacchiere con una ragazza, dal pesante accento straniero; non carina come la ragazza di Once, però. Molto meno carina. Mi aveva parlato lei per prima, timidamente, perché aveva paura che le stessi passando davanti nella fila. Invece, io volevo solo vedere quanto erano rotti i biscotti. Lei doveva pagare tre bottiglie grandi di Peroni, due crostate incellofanate, e un librettino blu, un’edizione minuscola dell’Antologia di Spoon River, grande come due di quelle vecchie scatolette di fiammiferi svedesi impilate una sull’altra; aveva scritto sulla copertina Antologia di Spoon River a lettere d’oro, corsive. Chissà per quale tipo di esistenza tale spesa era stata apparecchiata. “Lo conosci?”, chiedo additando il libro, dopo averla rassicurata sul fatto che ero fermamente intenzionato a rispettare il turno.

Le parlavo col tono eccessivamente e sgradevolmente gentile che immagino abbiano le persone come me quando parlano con le persone come lei.

“No.”, risponde lei.

“È un libro molto triste”, dico, beota traslazione di Anobii dentro un discount per immigrati: “Parla soprattutto di morti e di rimpianti.” “Meglio. Mi piacciono le cose tristi. Non c’è molto da ridere. E poi,”, pronuncia con soddisfazione l’argomentazione decisiva: “e poi costa 25 centesimi”. 25 centesimi. Poco più di 0,1 centesimo a epitaffio. Bravo Pracchi.

La cosa più pittoresca di Pracchi è il settore degli “alcolici da collezione”. Uno scaffale pieno di bottiglie museali di amari, di brandy, di sambuche e di distillati innominati; vetri impolverati, etichette tocche e ammuffite di marche ormai defunte, luridi tappi di latta a vite. Forse c’è una distilleria cinese clandestina che produce appositamente per Pracchi bottiglie di liquore finto-anticate, chissà. Fatto sta che sembrano tirate fuori da uno di quei cartoni pieni di robe che si buttano via quando si deve sbaraccare entro due settimane la casa IACP di un nonno un po’ etilico, morto dopo aver vissuto da solo per trent’anni. Il cartellino appeso sotto questo scaffale recita, prudentemente: “2€. Bottiglie da collezione, non destinate al consumo”.
Mentre ero in fila al banco della focaccia, ben due collezionisti hanno messo una vecchia bottiglia piena di liquore nerastro nel loro cestello. Poi dice che c’è la crisi.

Una signora di età indefinibile, tipo 30-50, tarchiata, bassina, con un’aria vacua provocata da occhi acquosi e lievemente divergenti, ha chiesto timidamente all’edicolante del Tribunale, mentre io e lui parlavamo dell’Inter, quanto costasse una confezione esposta fuori, con due DVD dei Cesaroni; dopo aver saputo il prezzo, ha guardato dentro il suo portafogli, una busta di tela rossa con la decalcomania di un’ape da cartone animato, gialla e nera e con la faccina simpatica (incitamento subliminale alla laboriosità e al risparmio?) appiccicata sù; si vedeva che la signora contava mentalmente i soldi, muovendo le labbra; io, appartenente a una neo-casta italica per la quale l’acquisto in modica quantità di simili merci, volendo, è possibile, per ora, intaccando solo marginalmente il budget destinato alle attività voluttuarie, guardavo in silenzio; veniva quasi da fare il tifo perché riuscisse a racimolare la cifra, magari trovando un cinquino sperso in qualche cerniera.
Alla fine, però, ha detto con voce mogia che costava troppo, e è andata via.

Dopo aver concluso che, per ora, proprio non si può proprio giocare con due esterni, anch’io.

Metafore.

20 novembre 2008

Ieri ho sentito di sfuggita alla radio un aneddoto, nel quale uno scrittore americano di cui non ho colto il nome raccontava quella che lui riteneva la lezione fondamentale della sua vita.

Era ragazzo, e stava guardando un programma alla televisione con sua madre, che continuava a trincare sherry. Da come era descritta la scena, mi immagino il tipico soggiorno americano tra Eisenhower e Kennedy. Un soggiorno con una tele in bianco e nero accesa, come sarebbero poi venuti da noi, una madre sola con un figlio che la guardavano, come sarebbero venuti poi da noi, e un programma di terrorismo sanitario preventivo, come sarebbero venuti poi da noi.

Un medico (me lo immagino il classico medico americano degli anni ’60, con occhiali neri di tartaruga e riga perfettamente scolpita) mostra due fegati poggiati su un tavolo di acciaio.

“Ecco, questo è il fegato di un bevitore”, dice il medico, con un’aria lievemente, didascalicamente disgustata, indicando un pezzo di carne che alla tele appare di un colore nero piuttosto malsano. “Questo, invece, è il fegato di un uomo sano”, aggiunge con fare compiaciuto l’epatologo, indicando un pezzo di carne denotato da un molto più rassicurante colore grigio chiaro.

Il futuro scrittore, impressionato, guarda spaventato la madre che si sta versando un’altra dose.

La madre si blocca per un istante, gli restituisce uno sguardo insieme complice e indifferente, e dice: “se è il fegato di un uomo sano, che cazzo ci fa su un tavolo d’acciaio?”.

E finisce di versarsi da bere.

Charli-E

18 novembre 2008

Ho visto Wall-E.

Tutto il film mi è parso molto bello; ma la parte iniziale, tutta senza parole, è sconfinatamente bella, oltre che stilisticamente molto coraggiosa. Una delle cose più belle in assoluto che io abbia mai visto, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista visuale.

Solo una volta ho visto un tale esercizio di straniamento così agghiacciante e commovente rappresentato al cinema, un simile scollamento tra

– microcosmo esistenziale individuale

(così inconsapevolmente sereno, così assurdamente permeato da immutabili consuetudini quotidiane e compiti da svolgere, immani ma del tutto inutili e astratti, così maniacalmente attratto dalla bellezza del particolare e così istericamente cieco alla bruttezza del tutto),

– e realtà circostante

(così puramente orrorifica):

in alcuni film di Charlie Chaplin.

Wall-E è, secondo me (tutto è secondo me, per cui non lo dirò più), quanto di più simile a Charlot il cinema moderno abbia prodotto. Invece di fare barbe e capelli nel buio della notte hitleriana, impila cubi di lamiera compressa nel buio della notte post-cataclismica; la sua inconsapevolezza è cibernetica invece che fisiologica, ma il suo buffo e inconsapevole incedere nella tragedia fa ridere e piangere allo stesso modo di quello del piccolo barbiere ebreo senza nome del Grande dittatore.

(Aveva un nome, il piccolo barbiere ebreo? io non me lo ricordo, e Google non mi aiuta).

Del resto, tutta l’ultima opera della Pixar mi sembra, a ben guardare, una riflessione etica e politica sulla condizione umana, messa in scena con uno schema affine a quello che usò Chaplin nel Grande dittatore.

Nella prima parte dei film, la rappresentazione lucida e sconfortante della realtà immanente: quella esistenziale, come negli Incredibles, con la messa in scena dell’alienazione annichilente cui è soggetta la classe media americana (occidentale?): la frustrazione dei talenti, il controllo sociale, la gestione criminal-maniacale dei rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro, l’arroganza e le piccole ingiustizie nei confronti dei deboli e degli indifesi (la scena della vecchietta che deve riscuotere la polizza assicurativa è bellissima).

Quella economica, con la messa in scena della devastazione di Radiator Springs in Cars, metafora della fine del sogno americano e della crisi economica che ha ferito in modo probabilmente irrimediabile l’America profonda, da quando i soldi hanno preso a girare su altre strade.

Quella politica e ambientale, con la messa in scena, in Wall-E, della Terra devastata e desertizzata dalle stesse multinazionali che, poi, traggono dalla necessità di abbandonare il pianeta ulteriori fattori di business e di sopraffazione.

(Anche Walt Disney-Pixar è una multinazionale? Che cazzo c’entra questo con l’etica e l’estetica? Anche Saviano viene editato da Berlusconi).

Pixar rappresenta la realtà con lo stesso modo in cui Chaplin, nella prima parte del Grande dittatore, rappresenta la realtà quotidiana (esistenziale, economica, politica) della Germania nazista. Senza indulgenze, senza speranza.

Questa, paiono dire all’inizio la Pixar e Charlie Chaplin, è la situazione.

Poi, entrambi abbandonano il principio di realtà, il lucido pessimismo e il rigore analitico, introducendo nelle loro messe in scena i due elementi su cui è incardinato (su cui era incardinato, direi meglio; ora non più: ne parlerò un’altra volta, magari, quando cercherò di mettere per scritto alcune cose che ho pensato leggendo No Country For Old Men e Lunar Park, due libri immensi e immensamente tragici, devastati e melanconici) il modo di pensare americano alla Storia.

Anche se i tizi della Pixar, a vedere i nomi, sono, probabilmente, un branco di fricchettoni radicali fumati di origine ebraica o estremo-orientale, e Chaplin era un inglese marxista, sono due elementi talmente utili a costruire storie bellissime, e hanno talmente permeato di sé il cinema classico, da essere per entrambi (per motivi diversi) un elemento inevitabile per costruire delle loro avventure:

– La fiducia sconfinata nel potere dell’individuo di agire sulla Storia stessa; nella possibilità che il coraggio (ma, più che il coraggio, la presa in carico e l’assunzione totale di responsabilità da parte dell’individuo nei confronti del sistema di relazioni dentro cui è inserito) possa cambiare fattualmente e beneficamente il corso dei macroeventi.

– L’idea che la Storia, proprio come una Magnum 44, abbia una parte giusta e una sbagliata rispetto alla quale guardarla; che alla Storia sia sotteso un Disegno provvidenziale; che il corso degli eventi, purché gli individui che ne sono protagonisti (quelli schierati dalla parte giusta, naturalmente) non perdano fede e coraggio, e si assumano pienamente le responsabilità portate dal loro compito, sia naturalmente destinato a indirizzarsi per il meglio.

Poi, l’eroe si rimbocca le maniche e rimette le cose al loro posto: nel momento in cui Charlot, Bob Parr, Wall-E e Lighting McQueen abbandonano il loro autocentrismo e riconoscono alla loro possibilità di azione un valore etico e sociale universale, improvvisamente le cose cominciano a andare bene, e il coordinato disposto tra inverosimili e provvidenziali concatenazioni degli eventi e coraggio individuale conduce, inevitabilmente, al lieto fine; non per astratto buonismo, ma per concreta convinzione; perché è così che deve essere, e non potrebbe essere altrimenti.

Il problema è che, ormai, a questa etica non crede più nessuno.

E gli Americani sanno benissimo.

Riflettono su queste cose, sul senso della Storia, molto più di quanto non facciamo noi, perché noi siamo fuori da troppo tempo dal Flusso Principale degli Eventi, ne abbiamo paura, riteniamo volgare averci a che fare e bambinesco volerci avere a che fare, perché le le ultime volte che abbiamo cercato di averci a che fare abbiamo combinato dei bordelli colossali. (Non che sia facile non combinarli, cercando di farlo, eh).

Come avevo accennato prima, No Country For Old Men, e, in particolare, il cincischiare volenteroso, lucido, disilluso, del tutto senza costrutto e irritante dello sceriffo Bell (un cincischiare che è l’esatto contrario concettuale dell’agire dell’eroe solitario che risolve la tragedia nel cinema classico americano, da Tom Mix a Clarence Sterling a Wall-E) è, secondo me, la presa d’atto definitiva, del tutto consapevole, della fine di quel modello, del fatto che quell’idea delle storie e della Storia sia divenuta irrappresentabile.

La presa d’atto definitiva dell’impotenza dell’individuo di fronte all’invincibilità del Male, perché quest’ultimo è diventato (è sempre stato, direbbe un Europeo gnostico e disilluso come me) un fattore ontologico dell’ecosfera sociale politica, economica e esistenziale umana.

Capisco, però, che i ragazzi della Pixar abbiano delle responsabilità, così come le aveva Chaplin prima della Grande Tragedia; che ai bambini di oggi e al Mondo del 1940 non è che si possa dire chiaramente che non c’è più nulla da fafre.

Gli si può far vedere com’è brutta la situazione, magari, ma non lasciarli, alla fine, con l’idea che tale bruttezza sia irredimibile.

E, sotto sotto, facendo finta di nulla, anche a me piace illudermi che non sia così. E alla fine, magari, farmi anche venire un luccicone.

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