Venendo qui.

11 dicembre 2008

 

 

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

 

 

 

È interessante vedere come gli stranieri che vivono sulla strada e della strada si impratichiscano subito degli essenziali codici di sopravvivenza: io porto dei guanti di lana equi e solidali color dell’iride, gaio-pacifisti, e questo mi costringe a continue e estenuanti discussioni con qualunque ambulante li adocchi, essendo implicita promessa di disponibilità a parlare e, magari, se la condizione descritta è sufficientemente pietosa, a scucire un euro. Se ho fretta, infatti, me li tolgo, e tengo le mani nelle tasche del giaccone.

Mussah è un ragazzo senegalese con il quale faccio due chiacchiere ogni tanto. Sta quasi sempre sotto il portichetto della San Paolo, all’angolo della via. Mi vende un ombrello, se piove e io ho appena perso il mio, come oggi. Prima mi piaceva prendere la pioggia, ora non mi piace più. “Mussah”, mi disse quando ci siamo presentati, “vuol dire Mosè!”. Era molto orgoglioso di questo fatto. Lo sarei anch’io, al suo posto. Mosè era un liberatore, e, proprio come Che Guevara, ebbe la fortuna di morire prima della triste riorganizzazione post-rivoluzionaria.

Essere il mio fornitore di ombrelli è un’attività abbastanza lucrosa, soprattutto se si appartiene a una delle neo-caste italiche più marginali.

Mussah voleva vendermi anche un DVD di Gomorra; molto probabilmente, clonato da qualche organizzazione criminale di stampo camorrista.

Alla stazione hanno aperto un negozio discount di Pracchi. Non so se avete presente i negozi di Pracchi. Hanno cose tipo pacchi giganteschi di biscotti rotti tipo a 60 centesimi e panini di mortadella giallastra a 50 centesimi; cose così. Bello. Ci farei un film, potendo, tutto girato lì dentro. Per esempio, una delle cose che metterei in luce nel film è che i cassieri e i commessi hanno lo stesso fare insieme paziente, indulgente e sbrigativo che hanno i bravi infermieri nei gerontocomi.

Mentre ero in fila alla cassa per pagare un pezzo di focaccia (1€ per un pezzo veramente gigantesco, buona, anche se un po’ troppo unta), scambio due chiacchiere con una ragazza, dal pesante accento straniero; non carina come la ragazza di Once, però. Molto meno carina. Mi aveva parlato lei per prima, timidamente, perché aveva paura che le stessi passando davanti nella fila. Invece, io volevo solo vedere quanto erano rotti i biscotti. Lei doveva pagare tre bottiglie grandi di Peroni, due crostate incellofanate, e un librettino blu, un’edizione minuscola dell’Antologia di Spoon River, grande come due di quelle vecchie scatolette di fiammiferi svedesi impilate una sull’altra; aveva scritto sulla copertina Antologia di Spoon River a lettere d’oro, corsive. Chissà per quale tipo di esistenza tale spesa era stata apparecchiata. “Lo conosci?”, chiedo additando il libro, dopo averla rassicurata sul fatto che ero fermamente intenzionato a rispettare il turno.

Le parlavo col tono eccessivamente e sgradevolmente gentile che immagino abbiano le persone come me quando parlano con le persone come lei.

“No.”, risponde lei.

“È un libro molto triste”, dico, beota traslazione di Anobii dentro un discount per immigrati: “Parla soprattutto di morti e di rimpianti.” “Meglio. Mi piacciono le cose tristi. Non c’è molto da ridere. E poi,”, pronuncia con soddisfazione l’argomentazione decisiva: “e poi costa 25 centesimi”. 25 centesimi. Poco più di 0,1 centesimo a epitaffio. Bravo Pracchi.

La cosa più pittoresca di Pracchi è il settore degli “alcolici da collezione”. Uno scaffale pieno di bottiglie museali di amari, di brandy, di sambuche e di distillati innominati; vetri impolverati, etichette tocche e ammuffite di marche ormai defunte, luridi tappi di latta a vite. Forse c’è una distilleria cinese clandestina che produce appositamente per Pracchi bottiglie di liquore finto-anticate, chissà. Fatto sta che sembrano tirate fuori da uno di quei cartoni pieni di robe che si buttano via quando si deve sbaraccare entro due settimane la casa IACP di un nonno un po’ etilico, morto dopo aver vissuto da solo per trent’anni. Il cartellino appeso sotto questo scaffale recita, prudentemente: “2€. Bottiglie da collezione, non destinate al consumo”.
Mentre ero in fila al banco della focaccia, ben due collezionisti hanno messo una vecchia bottiglia piena di liquore nerastro nel loro cestello. Poi dice che c’è la crisi.

Una signora di età indefinibile, tipo 30-50, tarchiata, bassina, con un’aria vacua provocata da occhi acquosi e lievemente divergenti, ha chiesto timidamente all’edicolante del Tribunale, mentre io e lui parlavamo dell’Inter, quanto costasse una confezione esposta fuori, con due DVD dei Cesaroni; dopo aver saputo il prezzo, ha guardato dentro il suo portafogli, una busta di tela rossa con la decalcomania di un’ape da cartone animato, gialla e nera e con la faccina simpatica (incitamento subliminale alla laboriosità e al risparmio?) appiccicata sù; si vedeva che la signora contava mentalmente i soldi, muovendo le labbra; io, appartenente a una neo-casta italica per la quale l’acquisto in modica quantità di simili merci, volendo, è possibile, per ora, intaccando solo marginalmente il budget destinato alle attività voluttuarie, guardavo in silenzio; veniva quasi da fare il tifo perché riuscisse a racimolare la cifra, magari trovando un cinquino sperso in qualche cerniera.
Alla fine, però, ha detto con voce mogia che costava troppo, e è andata via.

Dopo aver concluso che, per ora, proprio non si può proprio giocare con due esterni, anch’io.

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Grimaldelli.

11 luglio 2008

Non lo so da quanto tempo non sono più un vero lettore.
Penso, più o meno, da quando avevo venticinque anni. Fino a allora, ogni libro era l’apertura di un mondo; anche, in parte, in maniera indipendente dalle qualità intrinseche del libro stesso. Era l’allacciamento di nuove connessioni, l’ampliamento del mio orizzonte di pensabilità. Ogni nuovo libro mi scardinava. Avevo un’ansia onnivora, quasi febbricitante e indiscriminata. Una curiosità virginale, meravigliata e meravigliosa.

Poi, è successo qualcosa. I libri-mondo sono diventati sempre di meno. Divenne sempre più probabile che un libro, non appena lo incominciavo, mi ricordasse altre esperienze letterarie, piuttosto che spalancarmi le porte di una nuova possibilità di esistenza. Ogni libro ha cominciato a aprire, dunque, connessioni sempre più autoreferenziali e sempre meno signi-ficative. “Ah, ok, un altro minimalista americano”. “Ah, ok, letteratura della finis Austriae”. “Oh, thriller NIE”.

Ogni cultura, se non si sfalda e non penetra a fare concime, e la mia penso che non l’abbia fatto, finisce per essere raggelante, o diventa fonte di pigrizia. Impermeabilizza il terreno. Consegna schemi entro i quali mettere le cose che si conoscono; e poi si cerca di utilizzarli anche per le cose che non si conoscono: schemi che rendono, quindi, il mondo apparentemente più semplice, e certamente più piatto.

Però, con le persone, mi è capitato il fenomeno inverso. Quando ero un ragazzo, applicavo alle persone lo stesso schematismo che ora temo di applicare ai libri. Avevo griglie ideologiche per classificarle, scale di valori precostituite, solide e rigide come le pese per i TIR che si trovano nelle aree di smistamento merci, che servivano a demarcare a priori il terreno dell’incontro: se mi sarebbe piaciuto conoscerla, le cose che mi sarebbe piaciuto fare con quella persona, quello che avrebbe potuto fare lei di me, le cose che ci saremmo potuti dire. Una specie di piano regolatore esistenziale da capitale sovietica. Invece, ora sono le persone a scardinare ultraeuclideamente il mio orizzonte di pensabilità, a eccitare la mia curiosità onnivora, a infiltrare nuove possibilità di (r[i])esistenza nelle trincee carsiche della mia anima.

Non lo so se questi due fenomeni, opposti e reciproci, siano causati dalla stessa precessione equinoziale interiore, ma spero di sì: in fondo, mi dispiacerebbe che il mio primo grimaldello sul mondo se ne fosse andato così, senza lasciare nemmeno un regalo sul cuscino.