Tema: “Froci e Negri”.

10 novembre 2008

Si ipotizzino, per assurdo, due affermazioni di due politici italiani affini alle seguenti:

Politico 1: “Obama ha tutto: è bello, alto e abbronzato ed ha quindi tutte le qualità per avere ottimi rapporti con la Russia”.

Politico 2: “Le tendenze omosessuali fortemente radicate presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco: da qui scaturisce il rischio pedofilia”.

Il candidato cerchi di immaginare, adducendo, se possibile, esempi dalla sua esperienza di lettore di quotidiani, quale delle due precedenti affermazioni scatenerà l’isteria idrofoba dei commentatori dell’Unità e di Repubblica, le reprimende di Veltroni, la saccente riprovazione di Franceschini e di Finocchiaro, l’ira laccata della Premiere Femme, gli appelli del Popolo della Sinistra all’ONU e le scuse imbarazzate dei vertici del PD alla parte offesa.

Argomentando a partire dalla precedente ipotesi, il candidato cerchi di immaginare chi vincerà le elezioni in Italia nei prossimi venticinque anni, e perché.

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Però.

5 novembre 2008

Certo che sarà una delusione. Però io ci sono abituato.

Voglio dire, lo so che la vita è fatta di momenti di felicità provocati da eventi, sociali o esistenziali, il cui beneficio è solo illusorio. Lo so che qualsiasi felicità che non si sostanzi in un’alterazione benefica dello stato del corpo è fumo al vento, frutto di un’idea di futuro che lì per lì ci pervade, ma che, nella maggior parte dei casi, non si realizzerà mai.

So che sono stato felice quando abbiamo preso Ronaldo, anche se poi si ruppe senza aver vinto un cazzo; so che sono stato felice quando Di Biagio segnò all’Olimpico, anche se poi vennero i gol di Poborski e Simeone. So che sono felice che abbiamo preso Mou, anche se so che ben presto andrà via lasciandosi alle spalle il solito cumulo di macerie.

So anche che questi momenti di felicità devono bastare, perché se li si toglie alla vita, se si pensa sempre al male che succederà dopo, se si pensa sempre “è meglio che non mi illuda”, se durante il giorno si pensa sempre alla sera, sera e giorno diventano indistinguibili, brutti uguale.

So che verrà il primo bombardamento, so che verranno i primi compromessi, so che la Valle di Elah è desolata da un cancro probabilmente di là di ogni possibilità di rimedio; però so anche che una frase come “sì, io ti aumenterò le tasse perché voglio che quelli che sono dietro di te abbiano le stesse possibilità che hai tu, perché penso che spargere la ricchezza sia un vantaggio per tutti, anche per te”, la frase che vorrei sentire io da un mio rappresentante, ecco, una frase così nessun politico europeo avrebbe il coraggio di dirla, in una campagna elettorale, in faccia a un elettore incazzato.
Certo non Prodi, certo non Veltroni, certo non Rutelli, certo non Di Pietro. Può bastare essere felici per un esempio così, che mostri che dirla non condanna per forza alla sconfitta? Sì, per me può bastare.

Ecco, io lo so che poi la Storia si chiuderà su questa notte insonne come uno stagno fangoso si chiude sopra un sasso gettato dalla riva, però ora io sono felice, perché se non fossi felice ora non sarei in grado di esserlo mai più; perché io lo so, che gli stagni si chiudono sempre.

E poi ho visto due vecchi all’edicola comprare il Giornale, l’odore di borotalco e il volto tirato tipico dei razzisti pavesi: avevano la faccia molto più scura di quella ritratta sulla copertina del loro quotidiano preferito. E già, solo questo, non è male.

Abuso d’ufficio.

16 luglio 2008

Grimaldelli.

11 luglio 2008

Non lo so da quanto tempo non sono più un vero lettore.
Penso, più o meno, da quando avevo venticinque anni. Fino a allora, ogni libro era l’apertura di un mondo; anche, in parte, in maniera indipendente dalle qualità intrinseche del libro stesso. Era l’allacciamento di nuove connessioni, l’ampliamento del mio orizzonte di pensabilità. Ogni nuovo libro mi scardinava. Avevo un’ansia onnivora, quasi febbricitante e indiscriminata. Una curiosità virginale, meravigliata e meravigliosa.

Poi, è successo qualcosa. I libri-mondo sono diventati sempre di meno. Divenne sempre più probabile che un libro, non appena lo incominciavo, mi ricordasse altre esperienze letterarie, piuttosto che spalancarmi le porte di una nuova possibilità di esistenza. Ogni libro ha cominciato a aprire, dunque, connessioni sempre più autoreferenziali e sempre meno signi-ficative. “Ah, ok, un altro minimalista americano”. “Ah, ok, letteratura della finis Austriae”. “Oh, thriller NIE”.

Ogni cultura, se non si sfalda e non penetra a fare concime, e la mia penso che non l’abbia fatto, finisce per essere raggelante, o diventa fonte di pigrizia. Impermeabilizza il terreno. Consegna schemi entro i quali mettere le cose che si conoscono; e poi si cerca di utilizzarli anche per le cose che non si conoscono: schemi che rendono, quindi, il mondo apparentemente più semplice, e certamente più piatto.

Però, con le persone, mi è capitato il fenomeno inverso. Quando ero un ragazzo, applicavo alle persone lo stesso schematismo che ora temo di applicare ai libri. Avevo griglie ideologiche per classificarle, scale di valori precostituite, solide e rigide come le pese per i TIR che si trovano nelle aree di smistamento merci, che servivano a demarcare a priori il terreno dell’incontro: se mi sarebbe piaciuto conoscerla, le cose che mi sarebbe piaciuto fare con quella persona, quello che avrebbe potuto fare lei di me, le cose che ci saremmo potuti dire. Una specie di piano regolatore esistenziale da capitale sovietica. Invece, ora sono le persone a scardinare ultraeuclideamente il mio orizzonte di pensabilità, a eccitare la mia curiosità onnivora, a infiltrare nuove possibilità di (r[i])esistenza nelle trincee carsiche della mia anima.

Non lo so se questi due fenomeni, opposti e reciproci, siano causati dalla stessa precessione equinoziale interiore, ma spero di sì: in fondo, mi dispiacerebbe che il mio primo grimaldello sul mondo se ne fosse andato così, senza lasciare nemmeno un regalo sul cuscino.

“ad-” + “*al-“

9 luglio 2008

Leggo da uno dei miei siti preferiti:

al-
To grow, nourish. 
Derivatives include old, haughty, altitude, enhance, alumnus, coalesce, and prolific.

“al-” è una di quelle radicette indoeuropee che si infilano dappertutto, transmutanti come virus, soprattutto per colpa della debolezza della vocale; è un gene strutturale del nostro Dna linguistico.
Indica l’atto di nutrire, o di far crescere.
Ciò che è cresciuto diventa “altus”, o “alt”: grande in statura per i latini, vecchio di età per i germani.
Ciò che fa crescere è “alimentus”.
Ciò che viene fatto crescere (“al”) fuori (“pro”) da noi è la prole. Chi non ha altre ricchezze che questa è un “proletario”.
Se si cerca di allontanare (“ab-“) la crescita di qualcosa, la si “abolisce”.
Chi riceve nutrimento è un “alumnus”, chi lo dona è “almus”.

Se uno viene accompagnato (“ad”) nel suo processo di crescita (“al-“) è un “adolescens”; dopo che il processo di crescita è terminato, il participio presente diventa passato: “adultus”.

“Adulto”, dunque, è chi è pervenuto al perfetto compimento del processo di accrescimento. Un “adulto” non è solo “alto”, e non è solo “alt”. Non si tratta di un processo di crescita disordinato e casuale, come quello che rende alto un monte o una catasta di rifiuti, e non si tratta di un semplice invecchiamento, di un processo del quale unico responsabile è il tempo, come quello di un ferro reso “alt” dalla ruggine.
Il prefisso “ad” indica un processo ordinato, durativo e continuo. “Amministro”, “adempio”, “allevo”.

Certamente l’adultità ha una connotazione biologica. Può essere adulto un albero, un gatto, una rana. In generale, è biologicamente “adulto” chiunque sia a sua volta arrivato alla possibilità di riprodursi.

Ho l’impressione, però, che invece la connotazione morale e psicologica della “adultità” sia invece mal connotata da questa radicetta.
Che l’adolescenza sia, da questo punto di vista, piuttosto un processo continuo di limitazione. Adolesecendo, quasi ogni giorno ci porta a escludere una delle infinite vite possibili che ci eravamo immaginati, a chiudere una porta che avevamo sempre immaginato aperta.
Un giorno capiamo che non giocheremo mai in serie A, un altro che non vinceremo mai il Nobel per la letteratura, un altro che non suoneremo mai a Wembley o alla Scala, un altro ancora che non sposeremo mai il ragazzino o la ragazzina dai capelli rossi. Predere atto di queste cose è certo più difficile che ammucchiare cellule su cellule e arrivare a produrre gameti, ma, in generale, ci se ne fa una ragione. Si ristrutturano le aspettative incanalandole verso qualcosa d’altro, o trasformandole in passioni bastanti a sé stesse; ci si lasciano aperte a tutta forza se non porte, almeno finestre dalle quali lanciare occhiate ogni tanto, magari chiamandole “ideali”. E così via.

Anche in ciò che si può fare con gli altri avviene (dovrebbe avvenire) un analogo processo di autoriduzione. Un passaggio dall’onnipotenza infantile all’autocontrollo adulto, dalla libertà di tirare il naso o i capelli alle persone, o di vomitargli o pisciargli o sputargli la pappa allegramente addosso senza chiedere il permesso, alla coscienza che se vuoi tirare il naso o pisciare addosso a un altro adulto devi patteggiarne prima il consenso, stringendo una relazione strutturata, di natura affettiva, emotiva o economica.

In maniera analoga, quello che si può fare dei rapporti con gli altri. Il ritrarsi di sé, dall’egolatria neonatale al principio di responsabilità “adulto”.
“Il mondo non è a vostra disposizione!”, dice Moretti ai due aiutoregisti rompipalle di Sogni d’oro. È la principale lezione di adultità. Rendersi conto che ogni azione ci rende responsabili delle sue conseguenze prevedibili, e che il mondo ce ne chiederà conto; e che solo l’assunzione dentro di noi di questo principio, in assenza di percepibile giustizia divina, tutela la parte di mondo di cui siamo responsabili da dolori assurdi e insensati. Suscitare consapevolmente affetto in un’altra persona non è più l’atto gratuito concesso a un bambino; è un atto costoso: nel quale la residua componente narcisitica si deve stemperare, finché possibile, nell’accudimento dell’affetto suscitato.

Wakefield, nel bellissimo racconto di Hawthorne, un giorno esce per andare al lavoro; mentre torna, gli viene in mente un pensiero strano. “Che cosa succederebbe se stasera non tornassi a casa?”. Decide di provare. Fatto questo primo passo, dipinto a sé stesso con indulgenza riduzionista, come sempre avviene, il resto è semplice. Non torna più a casa per anni e anni, prende dimora nelle vicinanze, spia la moglie che lo piange per morto. Una sera, in piedi dall’altra parte della strada rispetto alla sua vecchia casa, con il freddo e la neve, ha un altro pensiero semplice e immediato. “Che faccio qui a gelare? Perché non entro?”, e torna, naturalmente come se fosse quella sera di tanti anni prima.
Wakefield regredisce all’assoluto egocentrismo infantile; rigetta il principio di adultità e di responsabilità.
Espande all’essenza di anni il suo voler essere di un momento; diventa onnipotente, semplicemente smettendo per un istante di essere adulto.

Sapere astrattamente del principio di responsabilità, certo, non basta.
Ci vuole anche coraggio, e integrità, per tornare tutte le sere a casa da “adulti”, o per andarsene da “adulti” una volta per tutte, caricando su di sé parole, discussioni e dolori.

Mi sa che un bel po’ di esseri umani siano stati Wakefield a qualcuno, in qualche maniera, nella loro vita.
La rete, poi, è per la Wakefieldità quello che le fogne di Parigi e la guerra dei trent’anni furono per la peste bubbonica del ‘600.

Io, certamente, lo sono stato, Wakefield a qualcuno, nella mia vita. Perfino qui dentro, per un po’.
Le Wakefieldate della mia vita sono certo i miei rimorsi più grandi; più “alti”.
Però spero che abbiano smesso di “adolescere”, e che siano diventati finalmente rimorsi “adulti”.

Non ho mai incontrato nessuno dei miei del resto radi amori come li si incontra nei film romantici francesi: casualmente, con quell’aura di predestinazione, con un incrocio improvviso di sguardi o di parole che si incastrano immediatamente, immediatamente attraenti e decisivi, in un ascensore, su una panchina, in treno… i miei sono sempre stati amori lenti, figli decimini di lunghe frequentazioni.

Penso, dunque, ormai, di essere immune ai “colpi di fulmine”.

 

L’unico incontro da film romantico francese della mia vita fu con il mio più grande amore letterario.

 

Ero un giovanissimo consigliere di biblioteca per la minoranza circoscrizionale (il mio più prestigioso incarico politico, dovuto – penso – ai miei lunghi silenzi, alla mia miopia essenzialmente libresca e alla mia tendenza innata a impiegare tempo gratuitamente e volentieri in gesti futili, lenti e prolungati, tipo le passeggiate; tutti requisiti giudicati acconci al compito, molto più di quanto non lo fossero gli impazienti ardori dei miei compagni).

 

Durante una riunione pallosissima su non mi ricordo che cosa (penso l’organizzazione di un concorso di disegno per le elementari. Certamente non fu la polemica su Richard Scarry, che, invece, mi appassionò molto: a me piaceva tantissimo Scarry, e volevo che si comprasse l’opera omnia, ma una professoressa di disegno si opponeva, perché diceva che diseduca l’occhio artistico dei bambini, dal momento che il suo tratto privilegia la linea sul colore; ai figurativi dovrebbe essere inibito l’accesso agli organi direttivi di istituzioni letterarie), durante una riunione pallosissima, insomma, io mi ciondolavo, del tutto disattento, cercando di stare in equilibrio solo sulle zampe posteriori della sedia; quella specie di pigra, sbracata e svogliata impennata che mi è sempre piaciuto praticare.

 

Tanto che mia madre, quando ero piccolo, mi diceva sempre, con la sua affettuosa bonomia toscana, “se cadi e batti la nuca vedi almeno di rimanerci secco, perché non ti voglio tra le palle paralitico”.

 

Mi ricordo che in biblioteca c’era la moquette, per cui il rischio di scivolare e farmi male era ridotto; nonostante questo, o forse proprio perché ero troppo sicuro di me, persi l’equilibrio, e per non cadere all’indietro mi aggrappai al montante di una libreria alle mie spalle. Il movimento fece cadere un libro da uno scaffale in alto; il libro mi finì in testa; poi, di striscio, cadde sulle stanghette degli occhiali, che finirono per terra; e quasi anche io, mentre cercavo di prendere al volo sia gli occhiali, sia il libro; il tutto mentre gli altri commissari, interrotta la discussione, mi guardavano in silenzio, un po’ con lo stesso sguardo con cui convitati del Party guardano Hrundi Bakshi che fa “birdie! birdie! num num!” nel microfono della centralina di controllo della villa.

 

Il libro che mi aveva fatto male cadendomi in testa era un mondadori rilegato bianco, con una bella copertina pop-art di Liechtenstein, con le facce colorate di bianco con dentro i pallini rossi.

(A proposito del predominio della linea sul colore, come la mettiamo con la pop-art? Minchia, non mi va ancora giù, quella storia).

Il nome dello scrittore pareva tedesco, e il titolo molto bello: “Madre notte”.

 

Una volta che gli altri commissari si furono rituffati nella discussione sulla scelta tema del concorso, tipo se “la Resistenza”, “la Mia Famiglia” o “il Grafico del Mio Primo Fondo di Investimento” (erano gli anni di passaggio dall’egemonia culturale e politica catto-comunista a quella craxiana), io cominciai a interrogare quel libro, dapprima con lo stesso umore che avrei scendendo di macchina con il modulo blu dopo essere stato tamponato da uno che non ha rispettato lo stop; poi, via via, (a proposito di amore a prima vista e di film francesi), sempre più con l’atteggiamento che avrei se scoprissi che il tizio che guida così malamente in realtà è una mia ex compagna delle elementari che, riempiendo il modulo, cominciasse a raccontarmi con occhi sognanti di come il suo tempo ormai si divida, sempre alla ricerca del grande amore, tra attività concertistica, attivismo pacifista, studio dell’epigrafia greca, escursionismo e pose per le foto pubblicitarie di Lancôme; e che poi dicesse anche che, in realtà, è sempre stata innamorata di me fin dal primo momento, e mi facesse vedere, soffondendosi di tenue rossore, la mia faccina ritagliata dalla foto di classe, tenuta sempre nel portafoglio; e, infine, cerchiasse cinque o sei volte con il matitone il suo numero di telefono vergato nell’apposito spazio del modulo blu.

 

(Vado tuttora pazzo per le fantasie adolescenziali).

 

Questo, perché Madre Notte è un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto sulle dittature e sulla creazione del consenso; poi, perché la lingua di quello scrittore si spalmava sul mio cervello come burro sul pane caldo; infine, perché, fin dall’introduzione, quella intelligenza insieme vivida, mesta e divertita mi parve l’unica intelligenza per cui sarebbe valso davvero la pena di vendere l’anima al diavolo.

 

Di fronte alla scrittura di Kurt Vonnegut io mi sento come un’adolescente grassoccia e brufolosa che guarda le foto delle ragazze di Cosmopolitan mentre mangia patatine fritte intinte nella nutella, e pensa: “perché io non sono così”?

 

Bene. Fatte le presentazioni, veniamo al dunque.

 

Cronosisma è uno dei suoi ultimi libri, quelli in cui la sua intelligenza diventa sempre meno divertita e sempre più amara. In quel libro c’è un bellissimo passo, in cui K. riflette sulla fama, sui riconoscimenti pubblici, su come la percezione del mondo sia distolta dalle cose veramente importanti, e indirizzata su fattori inessenziali, da un sistema mediatico deteriore, come fa un prestigiatore per perpetrare i suoi trucchi.

Su come il prestigio di una persona, spesso, non abbia a che fare con le sue vere azioni e con la sua vera natura, ma, piuttosto, sia funzione di quello che un sistema di potere ritiene strumentale, in un certo momento, ai suoi interessi.

La grande fama che ebbe Sacharov in occidente, per un certo periodo, secondo Vonnegut, era proprio una fama di questo tipo: indotta non dai meriti del fisico, ma dalla necessità dell’occidente di costruire idoli anti-sovietici.

 

Ma sentite quello che dice Vonnegut di Andreij Sacharov:

 

Immaginatevi questo: un tizio realizza una bomba all’idrogeno per un’Unione Sovietica in paranoia, si assicura che funzionerà, e poi si becca il Nobel per la pace! Questo personaggio reale, degno di un racconto di Kilgore Trout, era il fisico Andrej Sacharov.


Sacharov vinse il Nobel nel 1975, per aver chiesto di interrompere la sperimentazione di armi nucleari. Ovviamente la sua l’aveva già abbondantemente sperimentata. Sua moglie faceva la pediatra! Che tipo di persona può perfezionare una bomba all’idrogeno quando è sposata con una specialista nella tutela della salute dei bambini? Che tipo di pediatra resterebbe al fianco di un compagno che sia andato fuori di testa?

“Successo niente di interessante oggi, amoruccio?”

“Sì. La mia bomba farà un figurone. E tu a che punto sei con quel caso di varicella?”


Nel 1975 Andrej Sacharov era una specie di santo, fatto che oggi, finita la Guerra Fredda, hanno smesso di strombazzare. In Unione Sovietica era considerato un dissidente. Aveva manifestato per la cessazione della sperimentazione e della produzione di armi nucleari, e anche per una maggior libertà al suo popolo. L’avevano cacciato dall’Accademia delle Scienze dell’URSS. Era stato esiliato da Mosca in uno sperduto buco del permafrost.

Non gli era stato consentito di recarsi a Oslo per ricevere il Nobel per la pace. In sua vece lo ricevette la moglie pediatra, Elena Bonner.

Ma non sarebbe il momento di chiederci se lei stessa, o qualunque pediatra o medico, meritasse il Nobel per la pace più di chiunque avesse avuto una parte nella realizzazione di una bomba H per qualsiasi nazione del mondo?

Diritti umani? Esiste qualcosa che più di una bomba H sia indifferente ai diritti di qualunque forma di vita?


Nel giugno del 1987 a Sacharov venne conferita una laurea ad honorem dallo Staten Island College di New York City. Ancora una volta i suoi governanti non permisero che la ricevesse personalmente. Sicché fu chiesto a me di farlo per conto suo.

Avrei semplicemente dovuto leggere il messaggio che Sacharov aveva inviato. Il messaggio era il seguente: “Non cedete sull’energia nucleare.” Lo lessi come un robot.

Fui talmente educato! E questo avveniva un anno dopo la più letale calamità nucleare mai avvenuta su questo folle pianeta, a Chernobil, Ucraina. Per anni e anni nell’Europa settentrionale ci sarebbero stati bambini malati o peggio a causa delle radiazioni. Un sacco di lavoro per i pediatri!

Decisamente più incoraggiante per me rispetto alla ridicola esortazione di Sacharov fu in quei giorni il comportamento dei pompieri di Schenectady, New York. A Schenectady ci lavoravo. I pompieri scrissero una lettera ai loro colleghi di Chernobil, congratulandosi per il coraggio e la dedizione dimostrati nella loro opera di salvataggio di vite umane.

Urrà per i pompieri!

Benché alcuni di loro riescano a essere la feccia della terra nella vita quotidiana, si trasformano in santi nelle emergenze.

Urrà per i pompieri.

 

Sì, caro caro Kurt. Urrà per i pompieri, urrà per i pediatri, urrà per gli umili eroi di ogni giorno.

E fanculo, fanculo i maniaci teste di cazzo che diventano santi perché sono strumentali a qualche disegno politico, più o meno deteriore.

 

Pippa Bacca era un’artista la cui opera era attraversata da incredibile levità. Sembrano un po’ le cose che fa la mia amica Violetta, persona lieve e bella anche lei.

 

Pippa Bacca aveva un progetto un po’ pazzo, ma pieno di grazia e di tenerezza. Voleva andare in Palestina in autostop vestita da sposa, per portare una testimonianza di pace.

 

Nulla di diverso da quello che facevano un sacco di giovani negli anni sessanta e settanta: andavano in India in autobus, o in autostop, per lo stesso motivo. Forse, allora, il mondo era meno cattivo; fatto sta che, come un sacco di cose piene di grazia e di tenerezza, anche questa idea un po’ pazza è finita male; non ha mostrato un adeguato sistema immunitario: fiore calpestato da incongruo e indifferente stivale.

Se ce l’avesse fatta, nessuno l’avrebbe saputo, penso. Il suo quieto, lieve, pazzo eroismo (perché di eroismo si trattava, visto come è andata a finire) pieno di grazia e di tenerezza, sarebbe rimasto aneddoto per pochi. Anche questo, a mio avviso, è molto crudele.

 

Ma provate a leggere i commenti sulla rete, ufficiali e non, sulla vicenda! Commenti del tipo “c’era da aspettarselo”, “se l’è cercata”; cose così.

 

Come se la crudeltà del mondo fosse colpa di chi la patisce.

 

Pensate, poi, a un paradosso: un ragazzo va via dalla sua casa, mettiamo, di Badìa Polesine, vestito di verde marcio, insieme a un sacco di altri ragazzi vestiti allo stesso modo, per portare in quelle terre martoriate, fucile alla mano, con metodi di cui non riesco assolutamente a afferrare la logica, un “messaggio di pace e di civiltà”: se viene ammazzato, gli dedicano una via, il presidente va a riceverne la salma, nelle riunioni pubbliche si osserva un minuto di silenzio, la mamma stordita dal dolore viene onorata, e riceve una bella medaglia da un signore serio e compunto vestito anche lui di verde marcio, (una medaglia così bellina da mettere accanto alla foto, signora, che lui ne sarebbe tanto orgoglioso!), e così via.

Una ragazza piena di idee e di coraggio lieve e aggraziato va via dalla sua casa, mettiamo, di Milano, vestita di bianco, insieme a una ragazza vestita allo stesso modo, del tutto caste e inermi, per portare, con metodi che mi paiono assai più logici, comprensibili e condivisibili, un messaggio di pace in quelle terre martoriate: se viene ammazzata, l’imbarazzato silenzio viene rotto solo da idioti commenti quasi di scherno, tipo “minchia, ma che razza di cagata che ha fatto ‘sta qui”. *

 

Non è, ancora una volta, la storia di Andreij Sacharov e Elena Bonner?

 

Kurt Vonnegut mi ha svelato, nel corso della mia vita, da quel bozzo in testa in poi, la vera natura di un sacco di cose; e davvero, davvero, dio lo benedica.

 

(Per concludere con un suggerimento utile questo fin troppo lungo post, posso solo consigliare caldamente ai miei lettori che, prima di esporsi in azioni pubbliche di qualche pericolosità, indipendentemente da quanto siano più o meno prive di senso, si accertino per bene che la loro azione sia sufficientemente strumentale rispetto a interessi sufficientemente potenti).

Ho ricevuto un invito per aprire un indirizzo gmail, l’ennesimo. Ne ho decine, che non ho mai più guardato dopo averli aperti.

Questa volta, però, non voglio sprecare la cartuccia. Nel tentativo di rendermi sempre più molesto, e, soprattutto, di dare un senso a questa mattinata uggiosa, ho cercato di costruirmi un account di posta elettronica su gmail che utilizzerò realmente. Un indirizzo che renda ogni tentativo di comunicarlo per telefono un’impresa di almeno mezz’ora.

Per fare ciò, avevo due alternative: la prima era scegliere una cosa tipo klsdfklpcpojn.9kadsfuuion@gmail.com.
Banale, e, soprattutto, troppo faticoso per me e troppo poco per il mio eventuale interlocutore. Il lavoro avrei dovuto farlo tutto io, dettando l’indirizzo lettera per lettera (mi verrebbe da dire “spellando” l’indirizzo, con un inglesismo brutale ma non insensato, dal punto di vista metaforico).

L’alternativa che mi è piaciuta di più, invece, è quella di creare un indirizzo complicato dal punto di vista cognitivo; un indirizzo che confonda la percezione del suddetto interlocutore, rendendo le sue aspettative pregresse sulla struttura stessa dell’indirizzo un grumo di inutilizzabile pattume.
Se proprio si vuole, un’operazione meritoria, dal momento che metterebbe all’improvviso di fronte a inattese e attraenti complicazioni intellettuali una persona, invece, ottusa sul compito banale, inane e del tutto non gratificante quale è quello di ottenere l’indirizzo e-mail di uno straccione come me; poi dite che non faccio nulla per il mio Paese.

Il mio nuovo indirizzo, che consegno anche alla vostra attenzione, è:

chiocciola.at.punto.com.gimail@gmail.com

Ora mi metto accanto al telefono, e aspetto con ansia che qualcuno chiami per averlo;evento raro, ma non tanto raro da rendere del tutto insensata la mia aspettativa per una conversazione telefonica finalmente vivida e interessante.