Sonderkommando.

27 gennaio 2010

“Così morì Emilia, che aveva tre anni. Emilia, figlia dell’ingegner Aldo Levi di Milano, che era una bambina curiosa, ambiziosa, allegra e intelligente; alla quale, durante il viaggio nel vagone gremito, il padre e la madre erano riusciti a fare il bagno in un mastello di zinco, in acqua tiepida che il degenere macchinista tedesco aveva acconsentito a spillare dalla locomotiva che ci trascinava tutti alla morte.”

P. Levi

Venendo qui, ho visto la vetrina dedicata dalla Feltrinelli di Pavia alla giornata della Memoria. Levi e Lanzmann. Domani, prevedibilmente, quando passerò sarà stata sostituita – frettolosamente – da una, del tutto analoga nelle forme della promozione del prodotto, dedicata a san Valentino. Peynet al posto di Levi, Moccia al posto di Lanzmann; una sostituzione di libri compiuta da mani che immagino indifferenti, o inconsapevoli, sullo stimolo, affatto impellente, del nuovo evento mercificabile.

Una sorta di ben più modesto Sonderkommando libresco.

Interrogati, i commessi, certo assai più incolpevolmente, risponderebbero “ho solo seguito le istruzioni”.
Voglio dire, nulla che non si sappia. Il vero vantaggio dell’economia capitalistica sugli altri modelli produttivi e esistenziali è il fatto che questa è onnivora, come tutte le altre forme di vita che stanno vincendo la lotta per la sopravvivenza; tipo i ratti di fogna, o i vari discendenti dell’homo abilis.
Poter mangiare di tutto costituisce un grande vantaggio competitivo sugli schifiltosi, naturalmente.

E, tutto sommato, perché non dovrebbe essere così?
E, soprattutto, come, invece, dovrebbe essere? Che cosa ha a che fare il giorno della memoria con quello che è successo? Che cosa dovrebbe servire a costruire, a convocare in noi, il Giorno della Memoria?

Io ho un’idea, trattandosi di me, molto precisa, su tutto questo (del tutto non originale; il libro di Genna su Hitler tratta proprio di questo).
Io penso che la Shoah sia l’unico evento genuinamente metafisico su cui gli esseri umani hanno la ventura di poter riflettere, in questo “tempo devastato e vile”.
L’unico evento contemplando il quale la ragione e l’Occidente si devono davvero definitivamente arrendere, dichiarandone l’inesplicabilità nel momento stesso in cui siano chiamate a prenderne atto. Auschwitz, in un certo senso, è veramente Dio, il Dio spaventoso che oscurava il cielo e convocava gli eserciti.

A tutti gli altri massacri della Storia possiamo dare spiegazioni, anche se mostruose; ma il salto cognitivo e ontologico che ha portato dall’idea nazista dello sterminio alla sua reificazione totalizzante, basata sul modello dell’economia fordiana, è, a mio avviso, del tutto inesplicabile; del tutto abissale; del tutto spaventoso. Metafisico, appunto.
Usando etimologicamente questo vocabolo: estraneo alla Natura, terrificante come il tuonare innaturale di Dio sul Sinai.
Nessuna sua riduzione a più rassicuranti canoni geopolitici, economici o psicopatologici riesce a convincermi, nessuna riesce a non sembrarmi empia, nel momento in cui cerca di spiegare razionalmente l’Olocausto.

Bisognerebbe pensare alla quantità di ideologie, di atti, di risorse, di tecnica di burocrazia di brutalità e di industria che si sono accampate in quel punto della Storia, provenendo da tutta la biografia dell’Occidente, per produrre quel risultato; e a quante idee e impegno, nonostante questo prefabbricato accampamento, siano state, comunque sia, ulteriormente necessarie.
E come, nonostante questo sterminato apparato, ancora l’enormità di quel gesto, di quella reificazione, permanga inconcepibile.

Il fatto stesso di cercare di spiegarlo razionalmente è, in questo senso, appunto, altrettanto empio di quanto sarebbe per un cattolico cercare di spiegare la transustanziazione attraverso le formule della meccanica quantistica.

La Memoria, in questo caso, dovrebbe sostanziarsi in una contemplazione muta e atterrita.

Primo Levi parlava dell’empietà della testimonianza dello Sterminio portata dai sopravvissuti, si rendeva conto dell’effetto dissacrante (in senso letterale) del racconto dei vivi, e, quindi, paradossalmente, anche del suo proprio racconto.
Aveva, infatti, cercato di asciugare il più possibile le sue parole. In quelle sulla morte di Emilia, così sommesse e discrete, vi è un unico aggettivo connotativo: quel “degenere” attribuito al macchinista, che, in fondo, si è lasciato andare a un gesto di seppur disumana pietà.

“Degenere”: una dichiarazione di non appartenenza allo stesso genus che, fatta dai nazisti nei confronti di tutti coloro con i quali non volevano più condividere il mondo, Emilia e Primo Levi restituiscono loro, moltiplicata e convalidata. E che anche noi dovremmo restituire loro, cercando di provare, quando e come possibile, pietà e nostalgia.

E questo è il secondo effetto che il giorno della Memoria dovrebbe suscitare in una coscienza, a mio, sempre modesto, avviso.
Una riflessione sulle pratiche da instaurare di fronte a questo evento metafisico definitivo, soprattutto di fronte alla liturgia sterile, anche se ancora non immonda, dei soliti film senza pubblicità alla televisione, e delle vetrine delle librerie, agghindate a lutto, e frettolosamente sghindate per festeggiare gli innamorati.

Milioni di persone che non erano ritenute degne di dividere il mondo con la Nuova Razza sono diventati fumo.

“Forse, tutto sommato, bisognerebbe cominciare a pensare che questa Storia non dovrebbe finire su tombe o monumenti o libri che, diligentemente memori, ci rechiamo a visitare a date fisse.

Il fumo che sale dai camini dei forni ubbidisce, come ogni altro fumo, a leggi fisiche, non a leggi morali. Le particelle si accumulano e si disperdono al vento che le sospinge. Imprendibili, indicibili.

L’unico pellegrinaggio, l’unica liturgia possibile, sarebbe, dunque, forse, contemplare, di tanto in tanto, con malinconia e pietà, un cielo di temporale.”