Nick.

17 giugno 2009

Nicholas Hughes si è impiccato.

Immagino che impiccarsi sia il modo definitivo e violento di chi non ce la fa a usare una pistola; oppure, come diceva quello: ormai, per grande fortuna della poesia americana, i forni sono tutti elettrici.

Assia Wevill, invece, si cosse la testa nel forno, come Sylvia Plath. Un ultimo gesto molto intimo, domestico.
Il Thanksgiving della disperazione.

Quando il terrore di rimanere sole non è più disposto a compromettersi.

Nick era il figlio di Sylvia e di Ted Hughes, mentre Assia era la donna con cui Ted abbandonò Sylvia.

Ecco, se non la predilezione per il silenzio, magari Nick ha ripreso dalla mamma (per geni o per letture: perché Sylvia morì che Nick era un poppante) il suo chiedere, intollerabilmente senza risposta.

Non lo è, e non gliel’avrei augurato: ma sarebbe stato interessante leggere che cosa avrebbe scritto Ted, ora, se fosse stato vivo (come avrebbe, del resto, potuto essere).

Ted Hughes sembra uno degli uomini dei tuoi racconti.

Reduce così esperto e così sereno della sua personalissima Shoah, vissuta metà da prigioniero e metà da Sonderkommando.

Così capace di descrivere le sue donne al posto loro. Così pieno, lui, di risposte e di Lettere di Compleanno.

Infine, leggo, si sposò, stavolta fino alla morte sua, con un’infermiera. E io trovo, questo – in qualche modo – molto appropriato.

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