Non è che io nei miei post parli tanto di me. Mi sono prefisso, all’inizio di questo blog, come di scomparire. Di scrivere sì le cose che provavo, o che mi ricordavo, ma di estrarre da loro una sorta di quintessenza che fosse minimamente interessante anche per chi non mi conosca.
Invece, in questo caso, chiedo un po’ di pazienza, solo per poche righe: Vorrei elencare i venticinque oggetti che riterrei indispensabili nella costruzione di un museo dedicato alla mia memoria.

(Nota: indico con un asterisco gli oggetti che non sono o non sono più in mio possesso, fidando del fatto che qualche volenteroso potrebbe attivarsi per recuperarli).

1. La gonnellina scozzese che mi fecero indossare all’asilo, in mancanza d’altro, una volta che mi feci la cacca addosso. Era una specie di kilt, un po’ stretto, me la ricordo benissimo. Vorrei anche avere una foto di quella giornata, ma purtroppo allora non c’erano mezzi veloci per documentare la realtà, a parte la polaroid. La gonnella simboleggerebbe anche tutti quegli attacchi di colite fulminante che avrei avuto nel corso della vita al minimo colpo di freddo sulla pancia, nelle situazioni più assurde e imbarazzanti, oltre che un certo gusto per l’ambiguità e le situazioni sorprendenti. (*)

2. La polaroid che mi regalarono quando avevo tipo dodici anni. Feci due foto alla cagnolina che avevo allora, perché poi le cartucce costavano troppo. Le due foto, che hanno un che di spettrale, come tipo il cane di Riget di Von Trier alla fine dell’ultimo episodio, le ho ancora. La macchina penso di no, ma dovrei guardare.

3. Il mio subbuteo, con il panno inchiodato su un piano di truciolato e la squadra dell’Arsenal che usavo nelle partite contro i miei amici, schierata col 4-2-4. Anche se, a dire il vero, vorrei che ci fosse anche il campo di Roberto, un mio compagno del ginnasio, che espugnai 6-4, primo al mondo a farlo. Lo so che non lo concederebbe mai, ma potremmo farlo arrivare dal suo museo per una temporanea “Rudy e il subbuteo”. Roberto non aveva un campo inchiodato, lo stendeva per terra, e era maestro nell’usare le pieghe del panno per fare passaggi assurdi. (*, ma solo per il panno di Roberto, che dovrebbe essere esposto con le pieghe originarie per dimostrare l’entità dell’impresa)

4. La maglietta tarocca dell’Olanda che comprai nel negozio di articoli sportivi sotto casa durante i mondiali del ’74. (*)

5. La copia di Madre notte che mi piovve in testa quel giorno in biblioteca (quello citato nel post di Andrej Sacharov). (*)

6. Il diario della mia compagna di banco di quarta ginnasio: uno spaurito tredicenne il cui unico contatto con la sessualità era costituito dai film di baci sulla svizzera si vide minacciare il primo giorno di scuola da una scritta a pennarello sulla copertina verde del diario di questa ragazza, graziosissima, che recitava: “col cazzo col cazzo orgasmo da strapazzo col dito col dito orgasmo garantito”. Il corrispettivo esistenziale di un’entrata intimidatoria a gambe unite nei primi trenta secondi di una finale di coppa. (*)

7. Il biglietto per Copenhagen. (*)

8. Il biglietto per Napoli e la ricevuta del B&B di Alessandra. E anche una di quelle caramelle rosa a forma di capezzolo, già che ci siamo. (* ma solo per la caramella rosa)

9. In generale, tutti i biglietti possibili che i curatori riuisciranno a raccogliere, perché fare un biglietto di viaggio, qualsiasi sia il mezzo di trasporto, è una cosa bellissima, e un biglietto, quale che sia, è l’oggetto più facilmente organizzabile dal punto di vista espositivo.

10. Il mio primo zaino, sperando che il pubblico possa cogliere tutto ciò che ha rappresentanto per me.

11. Due paia di mutande femminili tuttora in mio possesso, per motivi che sarebbe indelicato e lungo proporre qui. Più che altro, per evitare che i visitatori si facciano di me un’idea troppo astratta e intellettuale e pensino “mincha ma che palle di sfigato era ‘sto qui”.

12. Il tavolo della cucina parlando intorno al quale finì tutto, anche se non lo rivedrei volentieri. Spero che sia recuperato solo dopo la mia morte. (*)

13. Le foto e la stesura originale del libretto di Simile al Sole, che i posteri probabilmente indicheranno come il vertice della mia produzione artistica (anche perché ne è l’unica traccia); oltre a tutto, quella della rappresentazione fu davvero una delle sere più belle della mia vita, e anche tutta la preparazione fu bella, nonostante la litigata con Giovanni.

14. Il computer da cui sto scrivendo ora, dal momento che è stato il mio primo acquisto a rate, e dal momento che ha contribuito a creare il maggior flusso di comunicazioni telefoniche di cui io sia mai stato protagonista, sia durante l’istruttoria del prestito, perché non si fidavano molto della mia condizione precariale, sia dopo, unidirezionalmente, dalla Agos al sottoscritto, perché alla fine si sono accorti che ero riuscito a pagare tutto, e vogliono mungermi ancora.

15. Una ricostruzione del tetto di ardesia sul quale diedi il mio primo bacio a una ragazza. Non per altro, ma perché non tutti hanno cominciato direttamente sopra un tetto. Ci vorrebbe, però, un museo molto grande. (*)

16. L’abbonamento dell’Inter della stagione 2001-2002 e la sciarpina che avevo quando andai a guardare Lazio Inter dall’amico di Sergio, perché simboleggiano bene le mie vicende da tifoso (e, in generale, l’andamento tendenziale di ogni mio tipo di processo di attaccamento): quell’anno provai il massimo della passione possibile e il massimo della delusione possibile.

17. Il panettone di cemento che Sandrone sollevò con immane sforzo e scagliò contro la vetrina della concessionaria Mercedes di corso Sempione il giorno della manifestazione contro l’omicidio di Stato di Ulrike Meinhof rinchiusa dentro una prigione della Germania Federale: per ricordare ai giovani visitatori come non sempre l’insieme di buone intenzioni e di grande fatica produca risultati intelligenti, acconci e meritevoli. (*)

18. Il quaderno di poesie che scrissi per F., perché sono le uniche della mia vita. Tra l’altro, siccome una era copiata un po’ da Pavese, questo reperto dimostrerebbe anche il mio scarso rigore morale, e solleverebbe un po’ i visitatori dal peso opprimente dei paragoni. (*)

19. La registrazione della mia telefonata con G., quando mi invitò a andare a trovarla al mare “perché i suoi non c’erano”, che è, nella mia vita, invece, quanto di più simile al rigore sbagliato da Recoba al 90° del ritorno dei preliminari contro l’Helsingborg. I miei terrorizzati sedici anni non sono scusa sufficiente. (*, ma non credo che sia disponibile. Ne lascerò una ricostruzione, che sarà recitata da due attori dopo la mia morte)

20. Gli scarponi della mia prima Via del Sale, e la maglietta togliendomi la quale S. cominciò a rimettermi insieme.

21. Direi “la mia libreria”; ma, per limitare l’impegno espositivo, e anche un po’ per fare il fico intellettuale, direi la mia edizione degli Oscar della Ricerca del tempo perduto, con ciascun volume aperto su una pagina con una nota a margine (le riprenderò sicuramente per scriverci qualcosa di molto intelligente, e per indicare successivamente, nelle note testamentarie, a quale pagina dovranno essere aperte).

22. Il pallone del mio unico canestro durante tutto il corso di minibasket dell’Olimpia alla palestra del Lido, per mostrare ai giovani lettori come, invece, a volte l’insieme di buone intenzioni e di grande fatica produca risultati intelligenti, acconci e meritevoli. (*)

23. La bindella metrica per la misurazione del salto in lungo che usai nel 1980. Al contrario di tutti i miei compagni, io il giorno dei giochi della gioventù saltavo la scuola non con la scusa di partecipare alle gare, ma offrendomi come giudice di pedana per il salto in lungo. Misuravo, segnavo la misura, e livellavo la sabbia. Questo dimostrerebbe ai visitatori come, in me, spesso il gusto per il commento e per la nota a margine abbia prevalso sull’ansia di azione. O come io, spesso, abbia cercato di darla a bere a me stesso in questo senso. (*)

24. La mia scacchiera. Lo scarto tra la mia voglia adolescenziale di saper giocare a scacchi e la mia irredimibile incapacità in materia è probabilmente il maggiore che io abbia mai patito, tra essere e voler essere.

25. Questo elenco, per dimostrare ai visitatori come sia grande lo scarto tra quello che uno pensa sia stato importante nella sua vita e quello che un curatore serio, invece, sceglie per documentare un’esistenza.

3 Risposte to “R. O. W. Museum”

  1. Leo Perutz Says:

    Salve Vittorio,
    appoggio questo pensiero qui perche’ non trovo la tua email. Sono il Leo pseudonimo che ha postato sul Blog della Cristiana. Rimuovi per cortesia questo commento quando lo avrai letto perche’ capisco che non e’ attinente al post e nun c’azzecca niente.

    Vittorio,
    ti e’ mai capitato in un bar affollato di arrivare davanti al bancone e dopo aver ordinato ad esempio un lattemacchiato vedersi servire un cappuccino? Magari sei un tipo gentile e con gentilezza richiami l’attenzione del barista che e’ straimpegnato a servire altri clienti. “Scusi – gli fai – il cappuccino non e’ il mio, io avevo chiesto un lattemacchiato”. Quello ti guarda, scuro in viso e ti dice: “Guardi che lei aveva detto cappuccino!”. Tu ci pensi un attimo perche’ il dubbio ti viene; sai, puo’ capitare nel casino che tu dica una cosa pensando altro ma poi rammenti che a te il cappuccino non piace proprio, da 40 anni (ne hai 45) bevi solo lattemacchiati e quindi non puoi averlo ordinato, ‘sto cazzo de cappuccino. Fai presente la cosa con serenita’. ” Nooooo – ti risponde quello abbastanza serio – lei ha detto cappuccino! Io li conosco quelli come lei, prima ordinano e poi cambiano idea. Adesso le faccio un lattemacchiato ma sono sicuro che lei ha detto cappuccino! Ho sentito benissimo, mica so’ sordo!”. I clienti ti guardano un po’ neri perche’ questa tua apparente confusione mentale o questa supposta furbizia gli ha fatto perdere tempo e tu di questo aggravio ti senti in qualche modo corresponsabile.
    Si certo, non hai colpe ma se fossi stato piu’ chiaro e preciso, se avessi scelto un momento piu’ adatto per ordinare forse …
    Poi sbuca dalle tue spalle un altro cliente che tranquillo prende la tazza e a bassa voce aggiunge ” Scusi, posso prendere il mio cappuccino?”. Il barista di ritorno ti spiattella sgarbatamente la tazza del tuo macchiato. Puoi forse dirgli che ti ha confuso con un altro? E’ troppo impegnato, ha il locale pieno e la maggior parte dei clienti ordinano caffe e maledetti cappuccini. Servirebbe solo a innervosirlo maggiormente, magari lo prenderebbe come puntiglio polemico e la cosa potrebbe prendere pieghe antipatiche. Tu … tu non sei “progettato” per sostenere cose complicate e non sopporti quelle facce interrogative degli altri clienti che ti chiedono solo di toglierti dalle palle, con o senza il tuo stupidissimo macchiato.
    Bevi ma quello che bevi ha tutto un altro sapore perche’ sei turbato e cerchi una via liberatoria al tuo turbamento:
    “Se forse avessi accettato di bere senza storie quel cappuccino che non avevo ordinato – ti dici – a quest’ora almeno potrei dare tutta la colpa di questa merda di colazione alla distanza. Alla distanza che quotidianamente subisci tra essere e voler essere”.

    E’ strano Vittorio, io sono sicuro di non aver affatto raccontato “come la penso” sulla vita degli altri, sul pensiero degli altri, sui gusti di vita degli altri, sulle liberta’ degli altri, … eppure tu hai sentito chiaramente “un cappuccino!”
    Il cappuccino, pensa te, mi fa venire acidita’ di stomaco!
    Ti dispiace se non lo bevo? Magari … e’ di qualcun altro.

    Ho “visitato” con attenzione il tuo R.O.W.”museum” e ho ricavato da questa visita l’idea che certe parole le avrei potute scrivere perche’ sarebbero state comprese, forse non condivise ma certamente comprese.

    “Volgarita’”. Non volevo sostenere che Vittorio fosse persona volgare, volevo solo alludere a quel tratto del tuo intervento, efficace e condiviso, l’ho detto, in cui usavi una serie di parole volgari. Me ne scuso.

    Buon lavoro

    • rudolphottowaltz Says:

      Spero che non ti dispiaccia, invece, se lo pubblico. Mi pare molto bello, e un esempio di come, alla fine, con la pazienza e la volontà, a volte ci si riesca a capire.

    • rudolphottowaltz Says:

      (Questa lettera fa riferimento a uno “scambio di idee” avvenuto tra me e Leo sul blog di Cristiana Alicata, in merito alla presa di posizione del Vaticano sulla proposta di depenalizzazione dell’omosessualità presentata all’Onu dalla Francia per conto della Ue, nel corso della quale chi scrive si è lasciato andare a paragoni e apprezzamenti eccessivamente pittoreschi. Come diceva Vonnegut in Hocus Pocus, non bisogna mai essere volgari quando si argomenta, perché si dà un’ottima scusa alla persona con cui si sta discutendo per non ascoltare).


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