Metafore.

20 novembre 2008

Ieri ho sentito di sfuggita alla radio un aneddoto, nel quale uno scrittore americano di cui non ho colto il nome raccontava quella che lui riteneva la lezione fondamentale della sua vita.

Era ragazzo, e stava guardando un programma alla televisione con sua madre, che continuava a trincare sherry. Da come era descritta la scena, mi immagino il tipico soggiorno americano tra Eisenhower e Kennedy. Un soggiorno con una tele in bianco e nero accesa, come sarebbero poi venuti da noi, una madre sola con un figlio che la guardavano, come sarebbero venuti poi da noi, e un programma di terrorismo sanitario preventivo, come sarebbero venuti poi da noi.

Un medico (me lo immagino il classico medico americano degli anni ’60, con occhiali neri di tartaruga e riga perfettamente scolpita) mostra due fegati poggiati su un tavolo di acciaio.

“Ecco, questo è il fegato di un bevitore”, dice il medico, con un’aria lievemente, didascalicamente disgustata, indicando un pezzo di carne che alla tele appare di un colore nero piuttosto malsano. “Questo, invece, è il fegato di un uomo sano”, aggiunge con fare compiaciuto l’epatologo, indicando un pezzo di carne denotato da un molto più rassicurante colore grigio chiaro.

Il futuro scrittore, impressionato, guarda spaventato la madre che si sta versando un’altra dose.

La madre si blocca per un istante, gli restituisce uno sguardo insieme complice e indifferente, e dice: “se è il fegato di un uomo sano, che cazzo ci fa su un tavolo d’acciaio?”.

E finisce di versarsi da bere.