Grimaldelli.

11 luglio 2008

Non lo so da quanto tempo non sono più un vero lettore.
Penso, più o meno, da quando avevo venticinque anni. Fino a allora, ogni libro era l’apertura di un mondo; anche, in parte, in maniera indipendente dalle qualità intrinseche del libro stesso. Era l’allacciamento di nuove connessioni, l’ampliamento del mio orizzonte di pensabilità. Ogni nuovo libro mi scardinava. Avevo un’ansia onnivora, quasi febbricitante e indiscriminata. Una curiosità virginale, meravigliata e meravigliosa.

Poi, è successo qualcosa. I libri-mondo sono diventati sempre di meno. Divenne sempre più probabile che un libro, non appena lo incominciavo, mi ricordasse altre esperienze letterarie, piuttosto che spalancarmi le porte di una nuova possibilità di esistenza. Ogni libro ha cominciato a aprire, dunque, connessioni sempre più autoreferenziali e sempre meno signi-ficative. “Ah, ok, un altro minimalista americano”. “Ah, ok, letteratura della finis Austriae”. “Oh, thriller NIE”.

Ogni cultura, se non si sfalda e non penetra a fare concime, e la mia penso che non l’abbia fatto, finisce per essere raggelante, o diventa fonte di pigrizia. Impermeabilizza il terreno. Consegna schemi entro i quali mettere le cose che si conoscono; e poi si cerca di utilizzarli anche per le cose che non si conoscono: schemi che rendono, quindi, il mondo apparentemente più semplice, e certamente più piatto.

Però, con le persone, mi è capitato il fenomeno inverso. Quando ero un ragazzo, applicavo alle persone lo stesso schematismo che ora temo di applicare ai libri. Avevo griglie ideologiche per classificarle, scale di valori precostituite, solide e rigide come le pese per i TIR che si trovano nelle aree di smistamento merci, che servivano a demarcare a priori il terreno dell’incontro: se mi sarebbe piaciuto conoscerla, le cose che mi sarebbe piaciuto fare con quella persona, quello che avrebbe potuto fare lei di me, le cose che ci saremmo potuti dire. Una specie di piano regolatore esistenziale da capitale sovietica. Invece, ora sono le persone a scardinare ultraeuclideamente il mio orizzonte di pensabilità, a eccitare la mia curiosità onnivora, a infiltrare nuove possibilità di (r[i])esistenza nelle trincee carsiche della mia anima.

Non lo so se questi due fenomeni, opposti e reciproci, siano causati dalla stessa precessione equinoziale interiore, ma spero di sì: in fondo, mi dispiacerebbe che il mio primo grimaldello sul mondo se ne fosse andato così, senza lasciare nemmeno un regalo sul cuscino.

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