“ad-” + “*al-“

9 luglio 2008

Leggo da uno dei miei siti preferiti:

al-
To grow, nourish. 
Derivatives include old, haughty, altitude, enhance, alumnus, coalesce, and prolific.

“al-” è una di quelle radicette indoeuropee che si infilano dappertutto, transmutanti come virus, soprattutto per colpa della debolezza della vocale; è un gene strutturale del nostro Dna linguistico.
Indica l’atto di nutrire, o di far crescere.
Ciò che è cresciuto diventa “altus”, o “alt”: grande in statura per i latini, vecchio di età per i germani.
Ciò che fa crescere è “alimentus”.
Ciò che viene fatto crescere (“al”) fuori (“pro”) da noi è la prole. Chi non ha altre ricchezze che questa è un “proletario”.
Se si cerca di allontanare (“ab-“) la crescita di qualcosa, la si “abolisce”.
Chi riceve nutrimento è un “alumnus”, chi lo dona è “almus”.

Se uno viene accompagnato (“ad”) nel suo processo di crescita (“al-“) è un “adolescens”; dopo che il processo di crescita è terminato, il participio presente diventa passato: “adultus”.

“Adulto”, dunque, è chi è pervenuto al perfetto compimento del processo di accrescimento. Un “adulto” non è solo “alto”, e non è solo “alt”. Non si tratta di un processo di crescita disordinato e casuale, come quello che rende alto un monte o una catasta di rifiuti, e non si tratta di un semplice invecchiamento, di un processo del quale unico responsabile è il tempo, come quello di un ferro reso “alt” dalla ruggine.
Il prefisso “ad” indica un processo ordinato, durativo e continuo. “Amministro”, “adempio”, “allevo”.

Certamente l’adultità ha una connotazione biologica. Può essere adulto un albero, un gatto, una rana. In generale, è biologicamente “adulto” chiunque sia a sua volta arrivato alla possibilità di riprodursi.

Ho l’impressione, però, che invece la connotazione morale e psicologica della “adultità” sia invece mal connotata da questa radicetta.
Che l’adolescenza sia, da questo punto di vista, piuttosto un processo continuo di limitazione. Adolesecendo, quasi ogni giorno ci porta a escludere una delle infinite vite possibili che ci eravamo immaginati, a chiudere una porta che avevamo sempre immaginato aperta.
Un giorno capiamo che non giocheremo mai in serie A, un altro che non vinceremo mai il Nobel per la letteratura, un altro che non suoneremo mai a Wembley o alla Scala, un altro ancora che non sposeremo mai il ragazzino o la ragazzina dai capelli rossi. Predere atto di queste cose è certo più difficile che ammucchiare cellule su cellule e arrivare a produrre gameti, ma, in generale, ci se ne fa una ragione. Si ristrutturano le aspettative incanalandole verso qualcosa d’altro, o trasformandole in passioni bastanti a sé stesse; ci si lasciano aperte a tutta forza se non porte, almeno finestre dalle quali lanciare occhiate ogni tanto, magari chiamandole “ideali”. E così via.

Anche in ciò che si può fare con gli altri avviene (dovrebbe avvenire) un analogo processo di autoriduzione. Un passaggio dall’onnipotenza infantile all’autocontrollo adulto, dalla libertà di tirare il naso o i capelli alle persone, o di vomitargli o pisciargli o sputargli la pappa allegramente addosso senza chiedere il permesso, alla coscienza che se vuoi tirare il naso o pisciare addosso a un altro adulto devi patteggiarne prima il consenso, stringendo una relazione strutturata, di natura affettiva, emotiva o economica.

In maniera analoga, quello che si può fare dei rapporti con gli altri. Il ritrarsi di sé, dall’egolatria neonatale al principio di responsabilità “adulto”.
“Il mondo non è a vostra disposizione!”, dice Moretti ai due aiutoregisti rompipalle di Sogni d’oro. È la principale lezione di adultità. Rendersi conto che ogni azione ci rende responsabili delle sue conseguenze prevedibili, e che il mondo ce ne chiederà conto; e che solo l’assunzione dentro di noi di questo principio, in assenza di percepibile giustizia divina, tutela la parte di mondo di cui siamo responsabili da dolori assurdi e insensati. Suscitare consapevolmente affetto in un’altra persona non è più l’atto gratuito concesso a un bambino; è un atto costoso: nel quale la residua componente narcisitica si deve stemperare, finché possibile, nell’accudimento dell’affetto suscitato.

Wakefield, nel bellissimo racconto di Hawthorne, un giorno esce per andare al lavoro; mentre torna, gli viene in mente un pensiero strano. “Che cosa succederebbe se stasera non tornassi a casa?”. Decide di provare. Fatto questo primo passo, dipinto a sé stesso con indulgenza riduzionista, come sempre avviene, il resto è semplice. Non torna più a casa per anni e anni, prende dimora nelle vicinanze, spia la moglie che lo piange per morto. Una sera, in piedi dall’altra parte della strada rispetto alla sua vecchia casa, con il freddo e la neve, ha un altro pensiero semplice e immediato. “Che faccio qui a gelare? Perché non entro?”, e torna, naturalmente come se fosse quella sera di tanti anni prima.
Wakefield regredisce all’assoluto egocentrismo infantile; rigetta il principio di adultità e di responsabilità.
Espande all’essenza di anni il suo voler essere di un momento; diventa onnipotente, semplicemente smettendo per un istante di essere adulto.

Sapere astrattamente del principio di responsabilità, certo, non basta.
Ci vuole anche coraggio, e integrità, per tornare tutte le sere a casa da “adulti”, o per andarsene da “adulti” una volta per tutte, caricando su di sé parole, discussioni e dolori.

Mi sa che un bel po’ di esseri umani siano stati Wakefield a qualcuno, in qualche maniera, nella loro vita.
La rete, poi, è per la Wakefieldità quello che le fogne di Parigi e la guerra dei trent’anni furono per la peste bubbonica del ‘600.

Io, certamente, lo sono stato, Wakefield a qualcuno, nella mia vita. Perfino qui dentro, per un po’.
Le Wakefieldate della mia vita sono certo i miei rimorsi più grandi; più “alti”.
Però spero che abbiano smesso di “adolescere”, e che siano diventati finalmente rimorsi “adulti”.

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