Andreij Sacharov, Pippa Bacca, e il bernoccolo cognitivo.

8 luglio 2008

Non ho mai incontrato nessuno dei miei del resto radi amori come li si incontra nei film romantici francesi: casualmente, con quell’aura di predestinazione, con un incrocio improvviso di sguardi o di parole che si incastrano immediatamente, immediatamente attraenti e decisivi, in un ascensore, su una panchina, in treno… i miei sono sempre stati amori lenti, figli decimini di lunghe frequentazioni.

Penso, dunque, ormai, di essere immune ai “colpi di fulmine”.

 

L’unico incontro da film romantico francese della mia vita fu con il mio più grande amore letterario.

 

Ero un giovanissimo consigliere di biblioteca per la minoranza circoscrizionale (il mio più prestigioso incarico politico, dovuto – penso – ai miei lunghi silenzi, alla mia miopia essenzialmente libresca e alla mia tendenza innata a impiegare tempo gratuitamente e volentieri in gesti futili, lenti e prolungati, tipo le passeggiate; tutti requisiti giudicati acconci al compito, molto più di quanto non lo fossero gli impazienti ardori dei miei compagni).

 

Durante una riunione pallosissima su non mi ricordo che cosa (penso l’organizzazione di un concorso di disegno per le elementari. Certamente non fu la polemica su Richard Scarry, che, invece, mi appassionò molto: a me piaceva tantissimo Scarry, e volevo che si comprasse l’opera omnia, ma una professoressa di disegno si opponeva, perché diceva che diseduca l’occhio artistico dei bambini, dal momento che il suo tratto privilegia la linea sul colore; ai figurativi dovrebbe essere inibito l’accesso agli organi direttivi di istituzioni letterarie), durante una riunione pallosissima, insomma, io mi ciondolavo, del tutto disattento, cercando di stare in equilibrio solo sulle zampe posteriori della sedia; quella specie di pigra, sbracata e svogliata impennata che mi è sempre piaciuto praticare.

 

Tanto che mia madre, quando ero piccolo, mi diceva sempre, con la sua affettuosa bonomia toscana, “se cadi e batti la nuca vedi almeno di rimanerci secco, perché non ti voglio tra le palle paralitico”.

 

Mi ricordo che in biblioteca c’era la moquette, per cui il rischio di scivolare e farmi male era ridotto; nonostante questo, o forse proprio perché ero troppo sicuro di me, persi l’equilibrio, e per non cadere all’indietro mi aggrappai al montante di una libreria alle mie spalle. Il movimento fece cadere un libro da uno scaffale in alto; il libro mi finì in testa; poi, di striscio, cadde sulle stanghette degli occhiali, che finirono per terra; e quasi anche io, mentre cercavo di prendere al volo sia gli occhiali, sia il libro; il tutto mentre gli altri commissari, interrotta la discussione, mi guardavano in silenzio, un po’ con lo stesso sguardo con cui convitati del Party guardano Hrundi Bakshi che fa “birdie! birdie! num num!” nel microfono della centralina di controllo della villa.

 

Il libro che mi aveva fatto male cadendomi in testa era un mondadori rilegato bianco, con una bella copertina pop-art di Liechtenstein, con le facce colorate di bianco con dentro i pallini rossi.

(A proposito del predominio della linea sul colore, come la mettiamo con la pop-art? Minchia, non mi va ancora giù, quella storia).

Il nome dello scrittore pareva tedesco, e il titolo molto bello: “Madre notte”.

 

Una volta che gli altri commissari si furono rituffati nella discussione sulla scelta tema del concorso, tipo se “la Resistenza”, “la Mia Famiglia” o “il Grafico del Mio Primo Fondo di Investimento” (erano gli anni di passaggio dall’egemonia culturale e politica catto-comunista a quella craxiana), io cominciai a interrogare quel libro, dapprima con lo stesso umore che avrei scendendo di macchina con il modulo blu dopo essere stato tamponato da uno che non ha rispettato lo stop; poi, via via, (a proposito di amore a prima vista e di film francesi), sempre più con l’atteggiamento che avrei se scoprissi che il tizio che guida così malamente in realtà è una mia ex compagna delle elementari che, riempiendo il modulo, cominciasse a raccontarmi con occhi sognanti di come il suo tempo ormai si divida, sempre alla ricerca del grande amore, tra attività concertistica, attivismo pacifista, studio dell’epigrafia greca, escursionismo e pose per le foto pubblicitarie di Lancôme; e che poi dicesse anche che, in realtà, è sempre stata innamorata di me fin dal primo momento, e mi facesse vedere, soffondendosi di tenue rossore, la mia faccina ritagliata dalla foto di classe, tenuta sempre nel portafoglio; e, infine, cerchiasse cinque o sei volte con il matitone il suo numero di telefono vergato nell’apposito spazio del modulo blu.

 

(Vado tuttora pazzo per le fantasie adolescenziali).

 

Questo, perché Madre Notte è un libro bellissimo, uno dei più belli che io abbia mai letto sulle dittature e sulla creazione del consenso; poi, perché la lingua di quello scrittore si spalmava sul mio cervello come burro sul pane caldo; infine, perché, fin dall’introduzione, quella intelligenza insieme vivida, mesta e divertita mi parve l’unica intelligenza per cui sarebbe valso davvero la pena di vendere l’anima al diavolo.

 

Di fronte alla scrittura di Kurt Vonnegut io mi sento come un’adolescente grassoccia e brufolosa che guarda le foto delle ragazze di Cosmopolitan mentre mangia patatine fritte intinte nella nutella, e pensa: “perché io non sono così”?

 

Bene. Fatte le presentazioni, veniamo al dunque.

 

Cronosisma è uno dei suoi ultimi libri, quelli in cui la sua intelligenza diventa sempre meno divertita e sempre più amara. In quel libro c’è un bellissimo passo, in cui K. riflette sulla fama, sui riconoscimenti pubblici, su come la percezione del mondo sia distolta dalle cose veramente importanti, e indirizzata su fattori inessenziali, da un sistema mediatico deteriore, come fa un prestigiatore per perpetrare i suoi trucchi.

Su come il prestigio di una persona, spesso, non abbia a che fare con le sue vere azioni e con la sua vera natura, ma, piuttosto, sia funzione di quello che un sistema di potere ritiene strumentale, in un certo momento, ai suoi interessi.

La grande fama che ebbe Sacharov in occidente, per un certo periodo, secondo Vonnegut, era proprio una fama di questo tipo: indotta non dai meriti del fisico, ma dalla necessità dell’occidente di costruire idoli anti-sovietici.

 

Ma sentite quello che dice Vonnegut di Andreij Sacharov:

 

Immaginatevi questo: un tizio realizza una bomba all’idrogeno per un’Unione Sovietica in paranoia, si assicura che funzionerà, e poi si becca il Nobel per la pace! Questo personaggio reale, degno di un racconto di Kilgore Trout, era il fisico Andrej Sacharov.


Sacharov vinse il Nobel nel 1975, per aver chiesto di interrompere la sperimentazione di armi nucleari. Ovviamente la sua l’aveva già abbondantemente sperimentata. Sua moglie faceva la pediatra! Che tipo di persona può perfezionare una bomba all’idrogeno quando è sposata con una specialista nella tutela della salute dei bambini? Che tipo di pediatra resterebbe al fianco di un compagno che sia andato fuori di testa?

“Successo niente di interessante oggi, amoruccio?”

“Sì. La mia bomba farà un figurone. E tu a che punto sei con quel caso di varicella?”


Nel 1975 Andrej Sacharov era una specie di santo, fatto che oggi, finita la Guerra Fredda, hanno smesso di strombazzare. In Unione Sovietica era considerato un dissidente. Aveva manifestato per la cessazione della sperimentazione e della produzione di armi nucleari, e anche per una maggior libertà al suo popolo. L’avevano cacciato dall’Accademia delle Scienze dell’URSS. Era stato esiliato da Mosca in uno sperduto buco del permafrost.

Non gli era stato consentito di recarsi a Oslo per ricevere il Nobel per la pace. In sua vece lo ricevette la moglie pediatra, Elena Bonner.

Ma non sarebbe il momento di chiederci se lei stessa, o qualunque pediatra o medico, meritasse il Nobel per la pace più di chiunque avesse avuto una parte nella realizzazione di una bomba H per qualsiasi nazione del mondo?

Diritti umani? Esiste qualcosa che più di una bomba H sia indifferente ai diritti di qualunque forma di vita?


Nel giugno del 1987 a Sacharov venne conferita una laurea ad honorem dallo Staten Island College di New York City. Ancora una volta i suoi governanti non permisero che la ricevesse personalmente. Sicché fu chiesto a me di farlo per conto suo.

Avrei semplicemente dovuto leggere il messaggio che Sacharov aveva inviato. Il messaggio era il seguente: “Non cedete sull’energia nucleare.” Lo lessi come un robot.

Fui talmente educato! E questo avveniva un anno dopo la più letale calamità nucleare mai avvenuta su questo folle pianeta, a Chernobil, Ucraina. Per anni e anni nell’Europa settentrionale ci sarebbero stati bambini malati o peggio a causa delle radiazioni. Un sacco di lavoro per i pediatri!

Decisamente più incoraggiante per me rispetto alla ridicola esortazione di Sacharov fu in quei giorni il comportamento dei pompieri di Schenectady, New York. A Schenectady ci lavoravo. I pompieri scrissero una lettera ai loro colleghi di Chernobil, congratulandosi per il coraggio e la dedizione dimostrati nella loro opera di salvataggio di vite umane.

Urrà per i pompieri!

Benché alcuni di loro riescano a essere la feccia della terra nella vita quotidiana, si trasformano in santi nelle emergenze.

Urrà per i pompieri.

 

Sì, caro caro Kurt. Urrà per i pompieri, urrà per i pediatri, urrà per gli umili eroi di ogni giorno.

E fanculo, fanculo i maniaci teste di cazzo che diventano santi perché sono strumentali a qualche disegno politico, più o meno deteriore.

 

Pippa Bacca era un’artista la cui opera era attraversata da incredibile levità. Sembrano un po’ le cose che fa la mia amica Violetta, persona lieve e bella anche lei.

 

Pippa Bacca aveva un progetto un po’ pazzo, ma pieno di grazia e di tenerezza. Voleva andare in Palestina in autostop vestita da sposa, per portare una testimonianza di pace.

 

Nulla di diverso da quello che facevano un sacco di giovani negli anni sessanta e settanta: andavano in India in autobus, o in autostop, per lo stesso motivo. Forse, allora, il mondo era meno cattivo; fatto sta che, come un sacco di cose piene di grazia e di tenerezza, anche questa idea un po’ pazza è finita male; non ha mostrato un adeguato sistema immunitario: fiore calpestato da incongruo e indifferente stivale.

Se ce l’avesse fatta, nessuno l’avrebbe saputo, penso. Il suo quieto, lieve, pazzo eroismo (perché di eroismo si trattava, visto come è andata a finire) pieno di grazia e di tenerezza, sarebbe rimasto aneddoto per pochi. Anche questo, a mio avviso, è molto crudele.

 

Ma provate a leggere i commenti sulla rete, ufficiali e non, sulla vicenda! Commenti del tipo “c’era da aspettarselo”, “se l’è cercata”; cose così.

 

Come se la crudeltà del mondo fosse colpa di chi la patisce.

 

Pensate, poi, a un paradosso: un ragazzo va via dalla sua casa, mettiamo, di Badìa Polesine, vestito di verde marcio, insieme a un sacco di altri ragazzi vestiti allo stesso modo, per portare in quelle terre martoriate, fucile alla mano, con metodi di cui non riesco assolutamente a afferrare la logica, un “messaggio di pace e di civiltà”: se viene ammazzato, gli dedicano una via, il presidente va a riceverne la salma, nelle riunioni pubbliche si osserva un minuto di silenzio, la mamma stordita dal dolore viene onorata, e riceve una bella medaglia da un signore serio e compunto vestito anche lui di verde marcio, (una medaglia così bellina da mettere accanto alla foto, signora, che lui ne sarebbe tanto orgoglioso!), e così via.

Una ragazza piena di idee e di coraggio lieve e aggraziato va via dalla sua casa, mettiamo, di Milano, vestita di bianco, insieme a una ragazza vestita allo stesso modo, del tutto caste e inermi, per portare, con metodi che mi paiono assai più logici, comprensibili e condivisibili, un messaggio di pace in quelle terre martoriate: se viene ammazzata, l’imbarazzato silenzio viene rotto solo da idioti commenti quasi di scherno, tipo “minchia, ma che razza di cagata che ha fatto ‘sta qui”. *

 

Non è, ancora una volta, la storia di Andreij Sacharov e Elena Bonner?

 

Kurt Vonnegut mi ha svelato, nel corso della mia vita, da quel bozzo in testa in poi, la vera natura di un sacco di cose; e davvero, davvero, dio lo benedica.

 

(Per concludere con un suggerimento utile questo fin troppo lungo post, posso solo consigliare caldamente ai miei lettori che, prima di esporsi in azioni pubbliche di qualche pericolosità, indipendentemente da quanto siano più o meno prive di senso, si accertino per bene che la loro azione sia sufficientemente strumentale rispetto a interessi sufficientemente potenti).

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4 Risposte to “Andreij Sacharov, Pippa Bacca, e il bernoccolo cognitivo.”

  1. alfa Says:

    Mi piace il tuo blog, il modo in cui scrivi. Tornerò a trovarti.

  2. rudolphottowaltz Says:

    Grazie! Possa tu essere benvenuto! Ricambierò senz’altro le visite, e parteciperò anch’io al tuo.

  3. Luisa Says:

    Che dire, sei uno da scoprire.

  4. rudolphottowaltz Says:

    Grazie, grazie! Benvenuta!


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