Schultz e la dialettica amorosa.

4 luglio 2008

Prima vignetta: Lucy, portando un mucchio di pacchetti infiocchettati di nastrini tra le braccia, suona alla porta.
Seconda vignetta: Schroeder va a aprire, e Lucy dice qualcosa tipo: “Basta, non ne posso più della tua indifferenza. Ti restituisco tutti i regali che avevo intenzione di farti”.
Terza vignetta: Schroeder dice: “Oh, grazie!”, prende i regali e chiude la porta.
Quarta vignetta: Lucy, impalata sullo zerbino di fronte alla porta chiusa, guarda in camera e dice: “Questa non aveva neanche senso.”

Anche se ho letto questa striscia quando ero un ragazzino del tutto privo di alcuna esperienza amorosa relazionale, avendone vissute solo alcune del tutto interiori, intuii che essa conteneva almeno un paio di istruzioni meritevoli di essere ricordate.

La prima, naturalmente, è che l’amore infelice fa compiere un sacco di sciocchezze nel tentativo di raddrizzarlo; sciocchezze che, però, fino all’istante prima di compierle, sembrano delle ficate pazzesche a chi le architetta; e che, purtroppo, rivelano con improvvisa, inaspettata e cruda chiarezza tutta la loro assurdità – tanto chiaramente da chiedersi come non si fosse potuta intuirla prima – solo l’attimo dopo averle compiute (a volte, nell’esperienza di chi scrive, anche un attimo prima, quando, comunque sia, è ormai troppo tardi). Tutta la loro insensatezza è immessa dalla reificazione, e il loro pur insistito immaginarle non è assolutamente in grado, per qualche misterioso motivo, di prefigurarla.
Fateci caso: Lucy pensa tutta la notte, sveglia nel suo lettino, la prossima mossa per sedurre il pianista; poi scrive sul suo diario quello che vuol fare, poi rompe il salvadanaio, poi gira tutti i negozi di dischi, di fumetti, di magliette e di baseball della città, per diversi giorni, scegliendo quello che gli potrebbe piacere, poi impacchetta i regali, poi fa la strada da casa sua a quella di Schroeder sommersa da questo mucchio di doni: fa tutto questo sempre in preda alla rabbia o alla speranza o a tutte e due, ma, MA senza essere mai sfiorata da alcun dubbio sulla giustezza e sulla sensatezza delle sue azioni; anzi, possiamo pensare, immaginandosi centinaia di volte, sempre con speranzoso compiacimento, il compimento del suo gesto; salvo rendersi improvvisamente conto, una volta chiusasi la porta della casa di Schroeder, e incarnatosi il suo gesto nella realtà, che tutto il suo impegno fisico, intellettuale e emotivo di senso non ne aveva alcuno. Di più: che di tutto quello che aveva immaginato, di tutte le possibilità che aveva ipotizzato, non era successo nulla: tutta la sua fatica non aveva suscitato in Schroeder alcuna reazione.

Il secondo piccolo insegnamento, che mi pare più sottile, è quello relativo alla vera natura del maschio narcisista autocontemplativo (rappresentato molto bene, secondo me, in questa striscia, dall’artistoide Schroeder). Questi non si pone alcuna domanda sui gesti seduttivi tentati delle persone che lo adorano: li accoglie, se gli fanno piacere e lo gratificano, o li rifiuta, se sono troppo impegnativi o fastidiosi da gestire; e, soprattutto, li ritiene del tutto naturali, “inevitabili”, non degni di ulteriore riflessione. Non si interroga in alcun modo sui processi emotivi e sentimentali dai quali tali gesti provengono, sulla fatica e l’impegno materiale che possono essere costati; Schroeder non si sofferma un secondo nemmeno a considerare la dichiarazione così assurda, buffa e paradossale di Lucy: l’eventuale stranezza, eccentricità, bizzaria, profondità di tali tentativi seduttivi, la fatica e la tenacia che sono costati, sono per lui del tutto incidentali, rispetto alla seriale e del tutto attesa conferma del proprio potere seduttivo che essi rappresentano, e che è l’unica cosa che gli importa veramente.

Nei Peanuts, Schroeder rifiuta Lucy perché è un bambino molto più immaturo della propria amichetta; è perso dietro a Beethoven, è del tutto privo di serie capacità empatiche; dunque, è affatto impreparato a gestire le profferte di Lucy altro che come conferme della propria esistenza, e della propria capacità di attrarre l’attenzione altrui; conferme delle quali ogni bambino, del resto, ha bisogno, nella costruzione della sua socialità: il maschio narcisista, lo stesso. Il comportamento tipico del maschio narcisista, che accoglie in modo entusiasticamente indifferente una profferta amorosa di cui vuole godere i frutti, disinteressandosi del tutto delle cause e delle modalità dell’offerta, oltre che delle conseguenze della sua accettazione, può essere simboleggiato efficacemente, dunque, attraverso quello, del tutto analogo, di un bambino di sei anni: i due modi di essere appaiono perfettamente sovrapponibili. Il bambino di sei anni e il maschio narcisista sono attanagliati dalle medesime incapacità emotive, e dal medesimo bisogno di conferma del proprio potere attrattivo.
Schultz, modestamente ma saggiamente, con questa striscetta insegna, dunque, che quando si ha a che fare con personalità narcisistiche non si possono pretendere da loro reazioni che ci sembrerebbe esagerato pretendere da un bambino di sei anni: io, per fortuna, no, ma conosco diverse persone che avrebbero tratto da questo ammaestramento, se colto in tempo, enorme giovamento.

Detto per inciso, è un argomento molto seducente, questo del rapporto col mondo del maschio narcisista, dal punto di vista letterario: prova ne sia non solo la bellezza metafisica di questa striscia, ma anche il fatto che, per esempio, Bret Ellis ci fece la sua fortuna, da giovane, a descrivere come sarebbe stato Schroeder una volta diventato grande, se non fosse stato in grado di strutturare la propria affettività. In fondo, che cos’è Patrick Bateman se non un bambino viziato, talentuoso, del tutto privo di capacità empatiche e bisognoso di conferme sul suo esistere e sul suo essere riconosciuto, che si diverte a smontare i suoi giochi, una volta che lo hanno stufato?

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