Nick.

17 Giugno 2009

Nicholas Hughes si è impiccato.

Immagino che impiccarsi sia il modo definitivo e violento di chi non ce la fa a usare una pistola; oppure, come diceva quello: ormai, per grande fortuna della poesia americana, i forni sono tutti elettrici.

Assia Wevill, invece, si cosse la testa nel forno, come Sylvia Plath. Un ultimo gesto molto intimo, domestico.
Il Thanksgiving della disperazione.

Quando il terrore di rimanere sole non è più disposto a compromettersi.

Nick era il figlio di Sylvia e di Ted Hughes, mentre Assia era la donna con cui Ted abbandonò Sylvia.

Ecco, se non la predilezione per il silenzio, magari Nick ha ripreso dalla mamma (per geni o per letture: perché Sylvia morì che Nick era un poppante) il suo chiedere, intollerabilmente senza risposta.

Non lo è, e non gliel’avrei augurato: ma sarebbe stato interessante leggere che cosa avrebbe scritto Ted, ora, se fosse stato vivo (come avrebbe, del resto, potuto essere).

Ted Hughes sembra uno degli uomini dei tuoi racconti.

Reduce così esperto e così sereno della sua personalissima Shoah, vissuta metà da prigioniero e metà da Sonderkommando.

Così capace di descrivere le sue donne al posto loro. Così pieno, lui, di risposte e di Lettere di Compleanno.

Infine, leggo, si sposò, stavolta fino alla morte sua, con un’infermiera. E io trovo, questo – in qualche modo – molto appropriato.

Metafore.

20 Novembre 2008

Ieri ho sentito di sfuggita alla radio un aneddoto, nel quale uno scrittore americano di cui non ho colto il nome raccontava quella che lui riteneva la lezione fondamentale della sua vita.

Era ragazzo, e stava guardando un programma alla televisione con sua madre, che continuava a trincare sherry. Da come era descritta la scena, mi immagino il tipico soggiorno americano tra Eisenhower e Kennedy. Un soggiorno con una tele in bianco e nero accesa, come sarebbero poi venuti da noi, una madre sola con un figlio che la guardavano, come sarebbero venuti poi da noi, e un programma di terrorismo sanitario preventivo, come sarebbero venuti poi da noi.

Un medico (me lo immagino il classico medico americano degli anni ‘60, con occhiali neri di tartaruga e riga perfettamente scolpita) mostra due fegati poggiati su un tavolo di acciaio.

“Ecco, questo è il fegato di un bevitore”, dice il medico, con un’aria lievemente, didascalicamente disgustata, indicando un pezzo di carne che alla tele appare di un colore nero piuttosto malsano. “Questo, invece, è il fegato di un uomo sano”, aggiunge con fare compiaciuto l’epatologo, indicando un pezzo di carne denotato da un molto più rassicurante colore grigio chiaro.

Il futuro scrittore, impressionato, guarda spaventato la madre che si sta versando un’altra dose.

La madre si blocca per un istante, gli restituisce uno sguardo insieme complice e indifferente, e dice: “se è il fegato di un uomo sano, che cazzo ci fa su un tavolo d’acciaio?”.

E finisce di versarsi da bere.

Tema: “Froci e Negri”.

10 Novembre 2008

Si ipotizzino, per assurdo, due affermazioni di due politici italiani affini alle seguenti:

Politico 1: “Obama ha tutto: è bello, alto e abbronzato ed ha quindi tutte le qualità per avere ottimi rapporti con la Russia”.

Politico 2: “Le tendenze omosessuali fortemente radicate presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco: da qui scaturisce il rischio pedofilia”.

Il candidato cerchi di immaginare, adducendo, se possibile, esempi dalla sua esperienza di lettore di quotidiani, quale delle due precedenti affermazioni scatenerà l’isteria idrofoba dei commentatori dell’Unità e di Repubblica, le reprimende di Veltroni, la saccente riprovazione di Franceschini e di Finocchiaro, l’ira laccata della Premiere Femme, gli appelli del Popolo della Sinistra all’ONU e le scuse imbarazzate dei vertici del PD alla parte offesa.

Argomentando a partire dalla precedente ipotesi, il candidato cerchi di immaginare chi vincerà le elezioni in Italia nei prossimi venticinque anni, e perché.