Millennium?

17 Novembre 2009

Mah.

Primo: trovo che Blomkvist sia insopportabile, e chiedendomi perché mi sia insopportabile mi sono accorto che è insopportabile perché è l’impersonificazione delle fantasie esistenziali e sessuali di un trentacinquenne frustrato (lo so che non era così, ma me lo immagino mite e stempiato con il capello unto che si toccaccia sotto la scrivania, io, Larsson): intrattiene relazioni sessuali con svariate persone alla volta: la tipa matura e del tutto non impegnativa emotivamente per le scopate amichevoli (tipo: “cara, per un po’ non possiamo scopare, sai, ho tra le mani questa ragazzetta e mi conosci, io sono una persona di sani principi e non potrei mai scopare con te nello stesso tempo…” — ma perché mai non puoi scoparne due o tre insieme, si chiede uno, visto che non te ne fotte un cazzo di nessuno — e lei dice: “oh, il mio vecchio maialone! vabbè quando ti va di nuovo di infilarti nelle mie mutande, fai un fischio che arriverò di corsa”), poi ci sono la ventenne perdutamente innamorata e vagamente androgina per le trombate entusiasmanti e equivoche, la palestrata per le chiavate acrobatiche, la vecchia (ma ancora piuttosto figa) per le ciulate tristi, e così via. Naturalmente, tutte le trombate durano tutta la notte, una botta via l’altra, e tutte alla fine dicono “o cristo ma come scopi bene!”, come in tutte le fantasie frustrate che si rispettino. Lo schema è sempre uguale: arriva una tipa, dopo una o due pagine dice a Kalle “sai ho voglia di scopare con te”, Kalle risponde “ok ma io non posso impegnarmi sentimentalmente” e lei “ok per me va bene”, dopo tipo un paio di settimane o mesi o giù di lì lei dice “ok, non posso più scopare con te, mi sono innamorata e soffro troppo” e lui “ok, mi spiace ma sai io non posso impegnarmi però vorrei che rimanessimo amici perché ti apprezzo davvero tantissimo dal punto di vista intellettuale”, e ricomincia subito (vabbè non subito subito perché è un tipo sensibile: diciamo dopo un paio di giorni) a scopare con l’amica non impegnativa emotivamente.
Una specie di campionario della desolazione maschile (non che io non ci abbia questo tipo di fantasie, ma non avevo mai pensato di farne oggetto di un best-seller: più che altro, pensavo che ci si dovesse lavorare su per raggiungere una sorta di maturità emotiva e sentimentale).

Secondo: il primo libro, secondo me, si legge, e anche piuttosto bene. È un classico giallo all’inglese con l’elenco dei personaggi e le piantine del luogo del delitto, e poi, in effetti, la tipina di primo acchito è molto simpatica e interessante. Gli altri due sono cagatelle scorrevoli, ma del tutto inconsistenti. Voglio dire, avevo letto che era una specie di denuncia dei meccanismi globali dello sfruttamento economico e finanziario, mi aspettavo non magari una roba alla LA Confidential, non magari tipo la quadrilogia dello squartatore dello Yorkshire, ma almeno una roba con alcune notazioni sorprendenti e inusitate sulla società in cui mi trovo a vivere; invece, l’unica cosa che si impara è che ci sono delle bande di slavi decerebrati (aiutate da band di motociclisti svedesi decerebrati) che sfruttano la prostituzione nei paesi dell’Occidente ricco e evoluto, e che ci sono dei maiali (l’avreste mai detto? anche uomini politici!), nell’Occidente ricco e evoluto, che sfruttano lo sfruttamento della prostituzione per soddisfare contorte libidini, il tutto condito dalle peripezie di un gruppo di agenti deviati dei servizi segreti svedesi davvero da operetta comica, dei tizi che farebbero fatica a piazzare una cimice dentro una classe di asilo parificato senza uscirne fuori con un pannolino merdoso attaccatosi, senza che se ne accorgano, al loro ignaro culo. C’è persino il gigantesco killer anaffettivo semi-immortale, un topos dei nuovi noir, c’è anche in Y di Quadruppani (molto molto più bello!): qui è una specie di mostro di Frankenstein, però molto più scemo.

Oh mio dio.

La domanda che uno si fa alla fine è: ma perché ’sto qui è assurto a notorietà mondiale, con montagne di libri accatastate ovunque, e David Peace non lo conosce nessuno?

Nick.

17 Giugno 2009

Nicholas Hughes si è impiccato.

Immagino che impiccarsi sia il modo definitivo e violento di chi non ce la fa a usare una pistola; oppure, come diceva quello: ormai, per grande fortuna della poesia americana, i forni sono tutti elettrici.

Assia Wevill, invece, si cosse la testa nel forno, come Sylvia Plath. Un ultimo gesto molto intimo, domestico.
Il Thanksgiving della disperazione.

Quando il terrore di rimanere sole non è più disposto a compromettersi.

Nick era il figlio di Sylvia e di Ted Hughes, mentre Assia era la donna con cui Ted abbandonò Sylvia.

Ecco, se non la predilezione per il silenzio, magari Nick ha ripreso dalla mamma (per geni o per letture: perché Sylvia morì che Nick era un poppante) il suo chiedere, intollerabilmente senza risposta.

Non lo è, e non gliel’avrei augurato: ma sarebbe stato interessante leggere che cosa avrebbe scritto Ted, ora, se fosse stato vivo (come avrebbe, del resto, potuto essere).

Ted Hughes sembra uno degli uomini dei tuoi racconti.

Reduce così esperto e così sereno della sua personalissima Shoah, vissuta metà da prigioniero e metà da Sonderkommando.

Così capace di descrivere le sue donne al posto loro. Così pieno, lui, di risposte e di Lettere di Compleanno.

Infine, leggo, si sposò, stavolta fino alla morte sua, con un’infermiera. E io trovo, questo – in qualche modo – molto appropriato.

Venendo qui.

11 Dicembre 2008

 

 

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

Guanto gaio-pacifista su Powerbook acceso

 

 

 

È interessante vedere come gli stranieri che vivono sulla strada e della strada si impratichiscano subito degli essenziali codici di sopravvivenza: io porto dei guanti di lana equi e solidali color dell’iride, gaio-pacifisti, e questo mi costringe a continue e estenuanti discussioni con qualunque ambulante li adocchi, essendo implicita promessa di disponibilità a parlare e, magari, se la condizione descritta è sufficientemente pietosa, a scucire un euro. Se ho fretta, infatti, me li tolgo, e tengo le mani nelle tasche del giaccone.

Mussah è un ragazzo senegalese con il quale faccio due chiacchiere ogni tanto. Sta quasi sempre sotto il portichetto della San Paolo, all’angolo della via. Mi vende un ombrello, se piove e io ho appena perso il mio, come oggi. Prima mi piaceva prendere la pioggia, ora non mi piace più. “Mussah”, mi disse quando ci siamo presentati, “vuol dire Mosè!”. Era molto orgoglioso di questo fatto. Lo sarei anch’io, al suo posto. Mosè era un liberatore, e, proprio come Che Guevara, ebbe la fortuna di morire prima della triste riorganizzazione post-rivoluzionaria.

Essere il mio fornitore di ombrelli è un’attività abbastanza lucrosa, soprattutto se si appartiene a una delle neo-caste italiche più marginali.

Mussah voleva vendermi anche un DVD di Gomorra; molto probabilmente, clonato da qualche organizzazione criminale di stampo camorrista.

Alla stazione hanno aperto un negozio discount di Pracchi. Non so se avete presente i negozi di Pracchi. Hanno cose tipo pacchi giganteschi di biscotti rotti tipo a 60 centesimi e panini di mortadella giallastra a 50 centesimi; cose così. Bello. Ci farei un film, potendo, tutto girato lì dentro. Per esempio, una delle cose che metterei in luce nel film è che i cassieri e i commessi hanno lo stesso fare insieme paziente, indulgente e sbrigativo che hanno i bravi infermieri nei gerontocomi.

Mentre ero in fila alla cassa per pagare un pezzo di focaccia (1€ per un pezzo veramente gigantesco, buona, anche se un po’ troppo unta), scambio due chiacchiere con una ragazza, dal pesante accento straniero; non carina come la ragazza di Once, però. Molto meno carina. Mi aveva parlato lei per prima, timidamente, perché aveva paura che le stessi passando davanti nella fila. Invece, io volevo solo vedere quanto erano rotti i biscotti. Lei doveva pagare tre bottiglie grandi di Peroni, due crostate incellofanate, e un librettino blu, un’edizione minuscola dell’Antologia di Spoon River, grande come due di quelle vecchie scatolette di fiammiferi svedesi impilate una sull’altra; aveva scritto sulla copertina Antologia di Spoon River a lettere d’oro, corsive. Chissà per quale tipo di esistenza tale spesa era stata apparecchiata. “Lo conosci?”, chiedo additando il libro, dopo averla rassicurata sul fatto che ero fermamente intenzionato a rispettare il turno.

Le parlavo col tono eccessivamente e sgradevolmente gentile che immagino abbiano le persone come me quando parlano con le persone come lei.

“No.”, risponde lei.

“È un libro molto triste”, dico, beota traslazione di Anobii dentro un discount per immigrati: “Parla soprattutto di morti e di rimpianti.” ”Meglio. Mi piacciono le cose tristi. Non c’è molto da ridere. E poi,”, pronuncia con soddisfazione l’argomentazione decisiva: “e poi costa 25 centesimi”. 25 centesimi. Poco più di 0,1 centesimo a epitaffio. Bravo Pracchi.

La cosa più pittoresca di Pracchi è il settore degli “alcolici da collezione”. Uno scaffale pieno di bottiglie museali di amari, di brandy, di sambuche e di distillati innominati; vetri impolverati, etichette tocche e ammuffite di marche ormai defunte, luridi tappi di latta a vite. Forse c’è una distilleria cinese clandestina che produce appositamente per Pracchi bottiglie di liquore finto-anticate, chissà. Fatto sta che sembrano tirate fuori da uno di quei cartoni pieni di robe che si buttano via quando si deve sbaraccare entro due settimane la casa IACP di un nonno un po’ etilico, morto dopo aver vissuto da solo per trent’anni. Il cartellino appeso sotto questo scaffale recita, prudentemente: “2€. Bottiglie da collezione, non destinate al consumo”.
Mentre ero in fila al banco della focaccia, ben due collezionisti hanno messo una vecchia bottiglia piena di liquore nerastro nel loro cestello. Poi dice che c’è la crisi.

Una signora di età indefinibile, tipo 30-50, tarchiata, bassina, con un’aria vacua provocata da occhi acquosi e lievemente divergenti, ha chiesto timidamente all’edicolante del Tribunale, mentre io e lui parlavamo dell’Inter, quanto costasse una confezione esposta fuori, con due DVD dei Cesaroni; dopo aver saputo il prezzo, ha guardato dentro il suo portafogli, una busta di tela rossa con la decalcomania di un’ape da cartone animato, gialla e nera e con la faccina simpatica (incitamento subliminale alla laboriosità e al risparmio?) appiccicata sù; si vedeva che la signora contava mentalmente i soldi, muovendo le labbra; io, appartenente a una neo-casta italica per la quale l’acquisto in modica quantità di simili merci, volendo, è possibile, per ora, intaccando solo marginalmente il budget destinato alle attività voluttuarie, guardavo in silenzio; veniva quasi da fare il tifo perché riuscisse a racimolare la cifra, magari trovando un cinquino sperso in qualche cerniera.
Alla fine, però, ha detto con voce mogia che costava troppo, e è andata via.

Dopo aver concluso che, per ora, proprio non si può proprio giocare con due esterni, anch’io.

Metafore.

20 Novembre 2008

Ieri ho sentito di sfuggita alla radio un aneddoto, nel quale uno scrittore americano di cui non ho colto il nome raccontava quella che lui riteneva la lezione fondamentale della sua vita.

Era ragazzo, e stava guardando un programma alla televisione con sua madre, che continuava a trincare sherry. Da come era descritta la scena, mi immagino il tipico soggiorno americano tra Eisenhower e Kennedy. Un soggiorno con una tele in bianco e nero accesa, come sarebbero poi venuti da noi, una madre sola con un figlio che la guardavano, come sarebbero venuti poi da noi, e un programma di terrorismo sanitario preventivo, come sarebbero venuti poi da noi.

Un medico (me lo immagino il classico medico americano degli anni ‘60, con occhiali neri di tartaruga e riga perfettamente scolpita) mostra due fegati poggiati su un tavolo di acciaio.

“Ecco, questo è il fegato di un bevitore”, dice il medico, con un’aria lievemente, didascalicamente disgustata, indicando un pezzo di carne che alla tele appare di un colore nero piuttosto malsano. “Questo, invece, è il fegato di un uomo sano”, aggiunge con fare compiaciuto l’epatologo, indicando un pezzo di carne denotato da un molto più rassicurante colore grigio chiaro.

Il futuro scrittore, impressionato, guarda spaventato la madre che si sta versando un’altra dose.

La madre si blocca per un istante, gli restituisce uno sguardo insieme complice e indifferente, e dice: “se è il fegato di un uomo sano, che cazzo ci fa su un tavolo d’acciaio?”.

E finisce di versarsi da bere.

Charli-E

18 Novembre 2008

Ho visto Wall-E.

Tutto il film mi è parso molto bello; ma la parte iniziale, tutta senza parole, è sconfinatamente bella, oltre che stilisticamente molto coraggiosa. Una delle cose più belle in assoluto che io abbia mai visto, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista visuale.

Solo una volta ho visto un tale esercizio di straniamento così agghiacciante e commovente rappresentato al cinema, un simile scollamento tra

- microcosmo esistenziale individuale

(così inconsapevolmente sereno, così assurdamente permeato da immutabili consuetudini quotidiane e compiti da svolgere, immani ma del tutto inutili e astratti, così maniacalmente attratto dalla bellezza del particolare e così istericamente cieco alla bruttezza del tutto),

- e realtà circostante

(così puramente orrorifica):

in alcuni film di Charlie Chaplin.

Wall-E è, secondo me (tutto è secondo me, per cui non lo dirò più), quanto di più simile a Charlot il cinema moderno abbia prodotto. Invece di fare barbe e capelli nel buio della notte hitleriana, impila cubi di lamiera compressa nel buio della notte post-cataclismica; la sua inconsapevolezza è cibernetica invece che fisiologica, ma il suo buffo e inconsapevole incedere nella tragedia fa ridere e piangere allo stesso modo di quello del piccolo barbiere ebreo senza nome del Grande dittatore.

(Aveva un nome, il piccolo barbiere ebreo? io non me lo ricordo, e Google non mi aiuta).

Del resto, tutta l’ultima opera della Pixar mi sembra, a ben guardare, una riflessione etica e politica sulla condizione umana, messa in scena con uno schema affine a quello che usò Chaplin nel Grande dittatore.

Nella prima parte dei film, la rappresentazione lucida e sconfortante della realtà immanente: quella esistenziale, come negli Incredibles, con la messa in scena dell’alienazione annichilente cui è soggetta la classe media americana (occidentale?): la frustrazione dei talenti, il controllo sociale, la gestione criminal-maniacale dei rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro, l’arroganza e le piccole ingiustizie nei confronti dei deboli e degli indifesi (la scena della vecchietta che deve riscuotere la polizza assicurativa è bellissima).

Quella economica, con la messa in scena della devastazione di Radiator Springs in Cars, metafora della fine del sogno americano e della crisi economica che ha ferito in modo probabilmente irrimediabile l’America profonda, da quando i soldi hanno preso a girare su altre strade.

Quella politica e ambientale, con la messa in scena, in Wall-E, della Terra devastata e desertizzata dalle stesse multinazionali che, poi, traggono dalla necessità di abbandonare il pianeta ulteriori fattori di business e di sopraffazione.

(Anche Walt Disney-Pixar è una multinazionale? Che cazzo c’entra questo con l’etica e l’estetica? Anche Saviano viene editato da Berlusconi).

Pixar rappresenta la realtà con lo stesso modo in cui Chaplin, nella prima parte del Grande dittatore, rappresenta la realtà quotidiana (esistenziale, economica, politica) della Germania nazista. Senza indulgenze, senza speranza.

Questa, paiono dire all’inizio la Pixar e Charlie Chaplin, è la situazione.

Poi, entrambi abbandonano il principio di realtà, il lucido pessimismo e il rigore analitico, introducendo nelle loro messe in scena i due elementi su cui è incardinato (su cui era incardinato, direi meglio; ora non più: ne parlerò un’altra volta, magari, quando cercherò di mettere per scritto alcune cose che ho pensato leggendo No Country For Old Men e Lunar Park, due libri immensi e immensamente tragici, devastati e melanconici) il modo di pensare americano alla Storia.

Anche se i tizi della Pixar, a vedere i nomi, sono, probabilmente, un branco di fricchettoni radicali fumati di origine ebraica o estremo-orientale, e Chaplin era un inglese marxista, sono due elementi talmente utili a costruire storie bellissime, e hanno talmente permeato di sé il cinema classico, da essere per entrambi (per motivi diversi) un elemento inevitabile per costruire delle loro avventure:

- La fiducia sconfinata nel potere dell’individuo di agire sulla Storia stessa; nella possibilità che il coraggio (ma, più che il coraggio, la presa in carico e l’assunzione totale di responsabilità da parte dell’individuo nei confronti del sistema di relazioni dentro cui è inserito) possa cambiare fattualmente e beneficamente il corso dei macroeventi.

- L’idea che la Storia, proprio come una Magnum 44, abbia una parte giusta e una sbagliata rispetto alla quale guardarla; che alla Storia sia sotteso un Disegno provvidenziale; che il corso degli eventi, purché gli individui che ne sono protagonisti (quelli schierati dalla parte giusta, naturalmente) non perdano fede e coraggio, e si assumano pienamente le responsabilità portate dal loro compito, sia naturalmente destinato a indirizzarsi per il meglio.

Poi, l’eroe si rimbocca le maniche e rimette le cose al loro posto: nel momento in cui Charlot, Bob Parr, Wall-E e Lighting McQueen abbandonano il loro autocentrismo e riconoscono alla loro possibilità di azione un valore etico e sociale universale, improvvisamente le cose cominciano a andare bene, e il coordinato disposto tra inverosimili e provvidenziali concatenazioni degli eventi e coraggio individuale conduce, inevitabilmente, al lieto fine; non per astratto buonismo, ma per concreta convinzione; perché è così che deve essere, e non potrebbe essere altrimenti.

Il problema è che, ormai, a questa etica non crede più nessuno.

E gli Americani sanno benissimo.

Riflettono su queste cose, sul senso della Storia, molto più di quanto non facciamo noi, perché noi siamo fuori da troppo tempo dal Flusso Principale degli Eventi, ne abbiamo paura, riteniamo volgare averci a che fare e bambinesco volerci avere a che fare, perché le le ultime volte che abbiamo cercato di averci a che fare abbiamo combinato dei bordelli colossali. (Non che sia facile non combinarli, cercando di farlo, eh).

Come avevo accennato prima, No Country For Old Men, e, in particolare, il cincischiare volenteroso, lucido, disilluso, del tutto senza costrutto e irritante dello sceriffo Bell (un cincischiare che è l’esatto contrario concettuale dell’agire dell’eroe solitario che risolve la tragedia nel cinema classico americano, da Tom Mix a Clarence Sterling a Wall-E) è, secondo me, la presa d’atto definitiva, del tutto consapevole, della fine di quel modello, del fatto che quell’idea delle storie e della Storia sia divenuta irrappresentabile.

La presa d’atto definitiva dell’impotenza dell’individuo di fronte all’invincibilità del Male, perché quest’ultimo è diventato (è sempre stato, direbbe un Europeo gnostico e disilluso come me) un fattore ontologico dell’ecosfera sociale politica, economica e esistenziale umana.

Capisco, però, che i ragazzi della Pixar abbiano delle responsabilità, così come le aveva Chaplin prima della Grande Tragedia; che ai bambini di oggi e al Mondo del 1940 non è che si possa dire chiaramente che non c’è più nulla da fafre.

Gli si può far vedere com’è brutta la situazione, magari, ma non lasciarli, alla fine, con l’idea che tale bruttezza sia irredimibile.

E, sotto sotto, facendo finta di nulla, anche a me piace illudermi che non sia così. E alla fine, magari, farmi anche venire un luccicone.

Tema: “Froci e Negri”.

10 Novembre 2008

Si ipotizzino, per assurdo, due affermazioni di due politici italiani affini alle seguenti:

Politico 1: “Obama ha tutto: è bello, alto e abbronzato ed ha quindi tutte le qualità per avere ottimi rapporti con la Russia”.

Politico 2: “Le tendenze omosessuali fortemente radicate presuppongono la presenza di un istinto che può risultare incontrollabile. Ecco: da qui scaturisce il rischio pedofilia”.

Il candidato cerchi di immaginare, adducendo, se possibile, esempi dalla sua esperienza di lettore di quotidiani, quale delle due precedenti affermazioni scatenerà l’isteria idrofoba dei commentatori dell’Unità e di Repubblica, le reprimende di Veltroni, la saccente riprovazione di Franceschini e di Finocchiaro, l’ira laccata della Premiere Femme, gli appelli del Popolo della Sinistra all’ONU e le scuse imbarazzate dei vertici del PD alla parte offesa.

Argomentando a partire dalla precedente ipotesi, il candidato cerchi di immaginare chi vincerà le elezioni in Italia nei prossimi venticinque anni, e perché.

Però.

5 Novembre 2008

Certo che sarà una delusione. Però io ci sono abituato.

Voglio dire, lo so che la vita è fatta di momenti di felicità provocati da eventi, sociali o esistenziali, il cui beneficio è solo illusorio. Lo so che qualsiasi felicità che non si sostanzi in un’alterazione benefica dello stato del corpo è fumo al vento, frutto di un’idea di futuro che lì per lì ci pervade, ma che, nella maggior parte dei casi, non si realizzerà mai.

So che sono stato felice quando abbiamo preso Ronaldo, anche se poi si ruppe senza aver vinto un cazzo; so che sono stato felice quando Di Biagio segnò all’Olimpico, anche se poi vennero i gol di Poborski e Simeone. So che sono felice che abbiamo preso Mou, anche se so che ben presto andrà via lasciandosi alle spalle il solito cumulo di macerie.

So anche che questi momenti di felicità devono bastare, perché se li si toglie alla vita, se si pensa sempre al male che succederà dopo, se si pensa sempre “è meglio che non mi illuda”, se durante il giorno si pensa sempre alla sera, sera e giorno diventano indistinguibili, brutti uguale.

So che verrà il primo bombardamento, so che verranno i primi compromessi, so che la Valle di Elah è desolata da un cancro probabilmente di là di ogni possibilità di rimedio; però so anche che una frase come “sì, io ti aumenterò le tasse perché voglio che quelli che sono dietro di te abbiano le stesse possibilità che hai tu, perché penso che spargere la ricchezza sia un vantaggio per tutti, anche per te”, la frase che vorrei sentire io da un mio rappresentante, ecco, una frase così nessun politico europeo avrebbe il coraggio di dirla, in una campagna elettorale, in faccia a un elettore incazzato.
Certo non Prodi, certo non Veltroni, certo non Rutelli, certo non Di Pietro. Può bastare essere felici per un esempio così, che mostri che dirla non condanna per forza alla sconfitta? Sì, per me può bastare.

Ecco, io lo so che poi la Storia si chiuderà su questa notte insonne come uno stagno fangoso si chiude sopra un sasso gettato dalla riva, però ora io sono felice, perché se non fossi felice ora non sarei in grado di esserlo mai più; perché io lo so, che gli stagni si chiudono sempre.

E poi ho visto due vecchi all’edicola comprare il Giornale, l’odore di borotalco e il volto tirato tipico dei razzisti pavesi: avevano la faccia molto più scura di quella ritratta sulla copertina del loro quotidiano preferito. E già, solo questo, non è male.

Abuso d’ufficio.

16 Luglio 2008

Grimaldelli.

11 Luglio 2008

Non lo so da quanto tempo non sono più un vero lettore.
Penso, più o meno, da quando avevo venticinque anni. Fino a allora, ogni libro era l’apertura di un mondo; anche, in parte, in maniera indipendente dalle qualità intrinseche del libro stesso. Era l’allacciamento di nuove connessioni, l’ampliamento del mio orizzonte di pensabilità. Ogni nuovo libro mi scardinava. Avevo un’ansia onnivora, quasi febbricitante e indiscriminata. Una curiosità virginale, meravigliata e meravigliosa.

Poi, è successo qualcosa. I libri-mondo sono diventati sempre di meno. Divenne sempre più probabile che un libro, non appena lo incominciavo, mi ricordasse altre esperienze letterarie, piuttosto che spalancarmi le porte di una nuova possibilità di esistenza. Ogni libro ha cominciato a aprire, dunque, connessioni sempre più autoreferenziali e sempre meno signi-ficative. “Ah, ok, un altro minimalista americano”. “Ah, ok, letteratura della finis Austriae”. “Oh, thriller NIE”.

Ogni cultura, se non si sfalda e non penetra a fare concime, e la mia penso che non l’abbia fatto, finisce per essere raggelante, o diventa fonte di pigrizia. Impermeabilizza il terreno. Consegna schemi entro i quali mettere le cose che si conoscono; e poi si cerca di utilizzarli anche per le cose che non si conoscono: schemi che rendono, quindi, il mondo apparentemente più semplice, e certamente più piatto.

Però, con le persone, mi è capitato il fenomeno inverso. Quando ero un ragazzo, applicavo alle persone lo stesso schematismo che ora temo di applicare ai libri. Avevo griglie ideologiche per classificarle, scale di valori precostituite, solide e rigide come le pese per i TIR che si trovano nelle aree di smistamento merci, che servivano a demarcare a priori il terreno dell’incontro: se mi sarebbe piaciuto conoscerla, le cose che mi sarebbe piaciuto fare con quella persona, quello che avrebbe potuto fare lei di me, le cose che ci saremmo potuti dire. Una specie di piano regolatore esistenziale da capitale sovietica. Invece, ora sono le persone a scardinare ultraeuclideamente il mio orizzonte di pensabilità, a eccitare la mia curiosità onnivora, a infiltrare nuove possibilità di (r[i])esistenza nelle trincee carsiche della mia anima.

Non lo so se questi due fenomeni, opposti e reciproci, siano causati dalla stessa precessione equinoziale interiore, ma spero di sì: in fondo, mi dispiacerebbe che il mio primo grimaldello sul mondo se ne fosse andato così, senza lasciare nemmeno un regalo sul cuscino.

“ad-” + “*al-”

9 Luglio 2008

Leggo da uno dei miei siti preferiti:

al-
To grow, nourish. 
Derivatives include old, haughty, altitude, enhance, alumnus, coalesce, and prolific.

“al-” è una di quelle radicette indoeuropee che si infilano dappertutto, transmutanti come virus, soprattutto per colpa della debolezza della vocale; è un gene strutturale del nostro Dna linguistico.
Indica l’atto di nutrire, o di far crescere.
Ciò che è cresciuto diventa “altus”, o “alt”: grande in statura per i latini, vecchio di età per i germani.
Ciò che fa crescere è “alimentus”.
Ciò che viene fatto crescere (“al”) fuori (“pro”) da noi è la prole. Chi non ha altre ricchezze che questa è un “proletario”.
Se si cerca di allontanare (“ab-”) la crescita di qualcosa, la si “abolisce”.
Chi riceve nutrimento è un “alumnus”, chi lo dona è “almus”.

Se uno viene accompagnato (“ad”) nel suo processo di crescita (“al-”) è un “adolescens”; dopo che il processo di crescita è terminato, il participio presente diventa passato: “adultus”.

“Adulto”, dunque, è chi è pervenuto al perfetto compimento del processo di accrescimento. Un “adulto” non è solo “alto”, e non è solo “alt”. Non si tratta di un processo di crescita disordinato e casuale, come quello che rende alto un monte o una catasta di rifiuti, e non si tratta di un semplice invecchiamento, di un processo del quale unico responsabile è il tempo, come quello di un ferro reso “alt” dalla ruggine.
Il prefisso “ad” indica un processo ordinato, durativo e continuo. “Amministro”, “adempio”, “allevo”.

Certamente l’adultità ha una connotazione biologica. Può essere adulto un albero, un gatto, una rana. In generale, è biologicamente “adulto” chiunque sia a sua volta arrivato alla possibilità di riprodursi.

Ho l’impressione, però, che invece la connotazione morale e psicologica della “adultità” sia invece mal connotata da questa radicetta.
Che l’adolescenza sia, da questo punto di vista, piuttosto un processo continuo di limitazione. Adolesecendo, quasi ogni giorno ci porta a escludere una delle infinite vite possibili che ci eravamo immaginati, a chiudere una porta che avevamo sempre immaginato aperta.
Un giorno capiamo che non giocheremo mai in serie A, un altro che non vinceremo mai il Nobel per la letteratura, un altro che non suoneremo mai a Wembley o alla Scala, un altro ancora che non sposeremo mai il ragazzino o la ragazzina dai capelli rossi. Predere atto di queste cose è certo più difficile che ammucchiare cellule su cellule e arrivare a produrre gameti, ma, in generale, ci se ne fa una ragione. Si ristrutturano le aspettative incanalandole verso qualcosa d’altro, o trasformandole in passioni bastanti a sé stesse; ci si lasciano aperte a tutta forza se non porte, almeno finestre dalle quali lanciare occhiate ogni tanto, magari chiamandole “ideali”. E così via.

Anche in ciò che si può fare con gli altri avviene (dovrebbe avvenire) un analogo processo di autoriduzione. Un passaggio dall’onnipotenza infantile all’autocontrollo adulto, dalla libertà di tirare il naso o i capelli alle persone, o di vomitargli o pisciargli o sputargli la pappa allegramente addosso senza chiedere il permesso, alla coscienza che se vuoi tirare il naso o pisciare addosso a un altro adulto devi patteggiarne prima il consenso, stringendo una relazione strutturata, di natura affettiva, emotiva o economica.

In maniera analoga, quello che si può fare dei rapporti con gli altri. Il ritrarsi di sé, dall’egolatria neonatale al principio di responsabilità “adulto”.
“Il mondo non è a vostra disposizione!”, dice Moretti ai due aiutoregisti rompipalle di Sogni d’oro. È la principale lezione di adultità. Rendersi conto che ogni azione ci rende responsabili delle sue conseguenze prevedibili, e che il mondo ce ne chiederà conto; e che solo l’assunzione dentro di noi di questo principio, in assenza di percepibile giustizia divina, tutela la parte di mondo di cui siamo responsabili da dolori assurdi e insensati. Suscitare consapevolmente affetto in un’altra persona non è più l’atto gratuito concesso a un bambino; è un atto costoso: nel quale la residua componente narcisitica si deve stemperare, finché possibile, nell’accudimento dell’affetto suscitato.

Wakefield, nel bellissimo racconto di Hawthorne, un giorno esce per andare al lavoro; mentre torna, gli viene in mente un pensiero strano. “Che cosa succederebbe se stasera non tornassi a casa?”. Decide di provare. Fatto questo primo passo, dipinto a sé stesso con indulgenza riduzionista, come sempre avviene, il resto è semplice. Non torna più a casa per anni e anni, prende dimora nelle vicinanze, spia la moglie che lo piange per morto. Una sera, in piedi dall’altra parte della strada rispetto alla sua vecchia casa, con il freddo e la neve, ha un altro pensiero semplice e immediato. “Che faccio qui a gelare? Perché non entro?”, e torna, naturalmente come se fosse quella sera di tanti anni prima.
Wakefield regredisce all’assoluto egocentrismo infantile; rigetta il principio di adultità e di responsabilità.
Espande all’essenza di anni il suo voler essere di un momento; diventa onnipotente, semplicemente smettendo per un istante di essere adulto.

Sapere astrattamente del principio di responsabilità, certo, non basta.
Ci vuole anche coraggio, e integrità, per tornare tutte le sere a casa da “adulti”, o per andarsene da “adulti” una volta per tutte, caricando su di sé parole, discussioni e dolori.

Mi sa che un bel po’ di esseri umani siano stati Wakefield a qualcuno, in qualche maniera, nella loro vita.
La rete, poi, è per la Wakefieldità quello che le fogne di Parigi e la guerra dei trent’anni furono per la peste bubbonica del ‘600.

Io, certamente, lo sono stato, Wakefield a qualcuno, nella mia vita. Perfino qui dentro, per un po’.
Le Wakefieldate della mia vita sono certo i miei rimorsi più grandi; più “alti”.
Però spero che abbiano smesso di “adolescere”, e che siano diventati finalmente rimorsi “adulti”.